Caro Marx, quanto ci costa il multitasking?

«Anno nuovo, vita nuova» è uno di quei proverbi in cui ha smesso di credere perfino chi aspetta ancora l’arrivo di Babbo Natale. Figuriamoci le nuove generazioni di freelancer che, pur di trovare un nuovo progetto a cui dedicarsi, scrivono in curriculum frasi del tipo: «Ottima conoscenza dell’aramaico, tanto l’italiano non serve a niente», «Spiccato spirito di gruppo, anche se non ho mai sopportato nemmeno la squadra di pallavolo del liceo» o «Eccellenti capacità di multitasking». Pure quella del multitasking è infatti una bugia, per dei motivi che ha ben spiegato la scienza, stando a quanto emerge da numerosi studi pubblicati su riviste di tutto il mondo.

Era il 2014 quando su The Forbes, per esempio, appariva un articolo di Travis Bradberry dal titolo Secondo un nuovo studio, il multitasking è dannoso per il cervello e per la carriera, nel quale si tiravano le somme di una ricerca effettuata dalla Stanford University sulla riduzione della densità cerebrale nella corteccia cingolata anteriore (regione responsabile dell’empatia e del controllo cognitivo-emotivo) e sull’abbassamento del QI dovuto all’esecuzione di diverse attività in contemporanea. Nel 2017 lo ha ribadito Neuroscience News, nel 2018 The Independent, nel 2019 addirittura The New York Times. Per il 2020 è presto per dirlo, ma è probabile che i risultati pubblicati già nel 2006 dall’American Psychological Association vengano ancora una volta confermati.

Peccato che, nel frattempo, disintossicarsi dalla skill più in voga nel secondo millennio sia un’impresa. D’altronde, a che pro limitare la produttività, se con un piccolo sforzo si riesce a guadagnare, poi, mezz’ora di libertà? In un’ottica di mercato libero, competitivo e di stampo capitalistico, il ragionamento non fa una piega. Il problema subentra nel momento in cui il costo che si paga è di tipo cognitivo, performativo, emotivo e non da ultimo psicologico, dato che, nel tentativo di rimanere sempre sul pezzo, ci si lascia alle spalle la capacità di concentrarsi su un unico gesto, di ascoltare la risposta dei cinque sensi al mondo circostante e di trovare l’appagamento nell’immersività verticale piuttosto che nella reattività orizzontale. Niente di strano che questo conduca poi ad attacchi d’ansia e a forme di depressione, a un esaurimento nervoso o a dedicarsi a percorsi come la meditazione per disintossicarsi da un vizio sempre più dannoso.

Come uscire dal cerchio prima del burnout e senza dovere per forza ricorrere a uno stile di vita più zen? Nessuna fase dell’anno sarebbe più propizia e incoraggiante per tentare un cambiamento alla radice. Senza dubbio i consigli di un esperto o il download di qualche app possono venirci incontro, così come una serie di regole sane da integrare nella routine quotidiana, sebbene il primo passo da compiere sia necessariamente una presa di coscienza interiore sul lavoro e nella vita privata. Uno studio pubblicato dal Journal of Consumer Research nel 2018 ha evidenziato al riguardo una tendenza generalizzata a reagire in maniera irrazionale di fronte alla sensazione di una mansione da svolgere il prima possibile, per quanto, come già teorizzato attraverso la matrice di Eisenhower, non sempre ciò che è indifferibile sia da considerarsi altrettanto impellente.

«E poi, anche quando c’è un motivo legittimo per fare qualcosa che riteniamo urgente, probabilmente ne sopravvalutiamo l’importanza. Come dice lo scrittore Tim Ferris, vale la pena di imparare a “lasciare che certe piccole cose negative accadano” per permettere che alla fine succedano grandi cose positive. Ci sono molte situazioni in cui se vogliamo evitare un risultato negativo dobbiamo agire in fretta. Ma se quel risultato negativo non è molto importante, forse evitare che si verifichi non è il modo migliore di usare il nostro tempo», ha dichiarato non a caso Oliver Burkeman in un articolo apparso su The Guardian e poi tradotto da Bruna Tortorella per Internazionale.

Dopotutto, in una celebre poesia del secolo scorso Martha Medeiros scriveva che lentamente muore chi diventa schiavo o schiava dell’abitudine. E quanto sgangheratamente vive, invece, chi lo diventa della velocità?

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