Orecchini di foglie e lacrime di sangue: vita di Papusza, la poetessa-bambolina rom

Amuleti di lampi e conchiglie di seta appese alle finestre della carovana. Porte e finestre verniciate d’oro per allontanare gli spiriti della notte e tamburelli suonati al tramonto, perché la luna non imbianchi i capelli. Orecchini fatti con la corteccia e Phuri Bibì, la Signora rom «vestita di stracci ma che risplende come oro» che ogni notte protegge i neonati e soffia canzoni d’amore per i moribondi. Di questo e di altro ha cantato Papusza, una delle più alte rappresentanti della cultura rom.

Meglio conosciuta con il nome rom Papusza (in romanì, bambolina), Bronisława Wajs, è stata una delle pioniere della poesia rom scritta, nonché cantante e autrice di ballate popolari. Nasce a Lublino, indicativamente a metà agosto del 1910, da una famiglia di arpisti rom polacchi. All’epoca quasi nessun rom sa leggere e scrivere, dato che la priorità viene data alla «abilità del contare», necessaria per la sopravvivenza. La giovane impara quindi di nascosto e da autodidatta, con l’aiuto di scolari non rom a cui offre in cambio balli e canzoni. Inizia così a comporre i primi testi, poesie che parlano della sofferenza profonda e incessante del suo popolo, ma che, al tempo stesso, celebrano l’amore per la vita e per la Baro Dé, la «grande Madre» Natura.

In realtà, l’autrice si rifiuterà sempre di chiamarle poesie, convinta di non essere in grado di raggiungere quel livello per lei sublime di letteratura, e nominerà gran parte dei suoi lavori semplicemente «canzoni uscite dalla testa di Papusza». Durante la guerra, in fuga dal Samudaripen (in romanì, lett. tutti morti; indica il genocidio nazista della comunità romanì europea), Papusza e la sua famiglia si rifugiano nei boschi della Volinia. È questo il periodo in cui probabilmente nascono i suoi canti più celebri: O bosco, padre mio e Lacrima di sangue. A fine guerra torna in Polonia e lì conosce Jerzy Ficowski, fautore al tempo stesso della sua fortuna e della sua rovina.

Nel 1948, infatti, il giovane giornalista e traduttore di Varsavia viene accolto all’interno di una kumpania rom, dove incontra Papusza e la sente cantare accompagnata dall’arpa del marito. Ne rimane folgorato. Le promette di pubblicare i suoi lavori e nel 1950 alcuni canti escono in effetti sulla rivista Problemy. È proprio da questa pubblicazione, tuttavia, che iniziano i primi attriti tra la kumpania e Papusza. Ficowski sostiene la sedentarizzazione forzata del popolo rom e di quello sinti polacco, e, forse coscientemente, sbaglia la traduzione di un canto di Papusza, attribuendo il sentimento eterno di nostalgia verso una patria mai avuta – che all’interno della comunità rimane soltanto un concetto astratto, romantico ma non perseguito – con una reale volontà di stabilizzazione.

La poetessa viene incolpata di avere venduto i segreti rom a un gagé, accusa che si inasprisce quando, nel 1952, in Polonia viene effettuato il censimento delle comunità romanì (che, nel 1964 porterà poi alla loro sedentarizzazione forzata). Si difende accusando il giornalista di avere strumentalizzato e decontestualizzato i suoi testi, ma non viene ascoltata. Il Baro Shero, la più alta autorità rom, le infligge dunque la pena massima (la falorkyta, ossia l’esilio dalla comunità) giudicandola marxime, (impura) e colpevole di avere contribuito alla persecuzione del governo. Sola e disperata, Papusza brucia i propri testi e giura che non scriverà mai più. Della sua produzione si salvano soltanto 26 canti. Intanto, però, Fikowski continuerà a pubblicare suoi canti fino al 1973, probabilmente senza il suo consenso. “Silenziosa come una lacrima”, la donna cade in depressione e viene internata in un ospedale psichiatrico, divorata dal senso di colpa. Negli ultimi giorni, stando a quanto si dice, piange pregando il suo grande padre bosco di perdonarla e chiede alle infermiere dove siano i suoi orecchini fatti di foglia, i gioielli senza prezzo che ha barattato per la carta. Nessuno sa risponderle. Muore infine a Inowrocław, l’8 febbraio del 1987.

Qual è, ad oggi, l’eredità lasciata da Papusza? I suoi canti, semplici ma incisivi, costituiscono una delle più vive e trasparenti testimonianze della cultura romanì, dei suoi segreti affidati al vento di grecale, delle sue meraviglie, ma anche delle sue contraddizioni, di quei muri eretti dall’una e dall’altra parte, che basterebbe “una lacrima di pioggia” per sciogliere – un canto condiviso, un pezzo di pane, manrò, spezzato intorno al fuoco. Gli stessi muri su cui lei continua a ballare scalza, cullata da un cielo di vetro opaco e dai sonagli di stelle che custodiscono per sempre la sua voce.

«Chajurì choruri, tarni
šukuare sar ni miriklurè
dand parnè sar milikle
khjia sar o sunakaj
čilină di frunne, a sille
si šukuare sar o šušo sunakaj.»

***

«Romnì* povera, giovane
bella come un mirtillo
denti bianchi come perle,
occhi brillanti come l’oro vero.
Gli orecchini fatti di foglie, eccoli,
come oro genuino son belli.»

*Romnì: donna/ragazza; femminile di rom, cioè uomo.

(Frammento di Cilina di frunne, Orecchino di foglia; trad. it. di Gennaro Spinelli)

5 pensieri su “Orecchini di foglie e lacrime di sangue: vita di Papusza, la poetessa-bambolina rom

  1. Non avevo mai sentito parlare di questa poetessa, leggendo l’articolo ho trovato profondamente ingiusto che la sua apertura verso il mondo sia stata sfruttata per ferirla. Sarebbe bello poter sentire come suonano i versi del suo canto in lingua romanì.

    1. Ciao Caterina!
      Innanzitutto ti ringrazio infinitamente per le parole che hai scritto! È per me davvero un onore sapere che la storia di Papusza ti abbia toccato, è una poetessa che rappresenta a pieno titolo la mia cultura e a cui sono profondamente legata.
      Per quanto riguarda le poesie in lingua, puoi seguirmi su Instagram, mi trovi come @morenarimbaud. Ogni tanto leggo brevi racconti o poesie in romanì.
      Un abbraccio!

      1. Neanche io conoscevo la storia di questa poetessa, pur essendo appassionata della cultura romanì, fin dai tempi dell’università. Grazie per le informazione, inizierò a seguirti anche su Instagram

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