Una Nuvola di contraddizioni alla 18° edizione di “Più Libri, Più Liberi”

L’8 dicembre 2019 si è conclusa la 18° edizione della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma: un’edizione da record per numero di partecipanti, eventi e case editrici presenti, che peraltro segna una controtendenza nel mondo dell’editoria in generale, la quale si affanna a mantenere gli equilibri instabili su cui poggia da anni e si avvita sempre di più su sé stessa, aggrappandosi a variabili decimali di incremento positivo rispetto ai numeri deficitari degli anni subito precedenti. Dalla sfarzosità e dalle contraddizioni di Più Libri, Più Liberi partiamo per qualche spunto di riflessione su quella che è la situazione editoriale italiana.

Prima, però, riprendiamo i dati che rilasciava l’ISTAT a settembre dello scorso anno e che avevano del grottesco. In Italia si pubblicano 70.000 libri l’anno, che equivalgono a 190 al giorno e a 8 ogni ora, in un Paese in cui il 57% della popolazione dichiara di non avere letto nemmeno un libro nel 2019. Se aggiungiamo che la media di vendita (non di lettura!) per libro è di 160 copie e considerando i titoli da 100.000 copie di tiratura, ricaviamo lo sconfortante dato secondo il quale il 90% dei libri pubblicati in Italia non arriva a vendere 20 copie. Eppure, entrando nella Nuvola si ha tutt’altra percezione.

La Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma è tra i più importanti eventi dedicati ai libri nel nostro Paese, secondo solamente al Salone Internazionale del Libro di Torino (a cui tuttavia partecipano anche i grandi gruppi editoriali). Che cosa significa, però, piccola e media editoria? Sarebbe importante formulare una risposta, visto che la crisi dell’editoria sta tutta nelle pieghe di definizioni e concetti border line tanto difesi da un mondo che si lamenta di sé stesso senza sforzarsi di cambiare. Prendendo il regolamento della manifestazione viene chiarito chi non è grande, senza però una definizione della differenza tra piccolo e medio: non è una grande casa editrice chi non fattura 10 milioni di euro. Diecimilionidieuro. Fine.

Un gran numero di enti presenti a PLPL19 è costituito da associazioni culturali (che quindi, per legge, non hanno scopo di lucro) e da persone che non svolgono come lavoro principale quello legato alla propria casa editrice, la cui gestione può essere anche solo una passione, in alcuni casi una missione e la maggior parte delle volte una remissione. Immaginate quanto sia difficile, quindi, passeggiare tra i corridoi della fiera, tra micro case editrici e giganti che però fatturano “solo” 9 milioni di euro, non sempre distinguibili a colpo d’occhio le une dalle altre. Né risulta facile capire chi riceve finanziamenti pubblici, chi ha attinto a fondi statali, regionali o europei e chi invece mette i soldi di tasca propria, o quale sia il marchio editoriale di proprietà e quale quello sovvenzionato da chissà chi.

In Italia, d’altronde, non si legge anche per il fatto che il libro è uno strumento per, non un contenitore di storie da vivere e sentire proprie. Il libro dà visibilità, «fa figo e non impegna», come direbbe certa gente, supporta i progetti televisivi, mette il vestito serio e intellettuale a idee di marketing di basso livello. E la pubblicazione di un libro non è l’inizio di un percorso, bensì la sua fine tombale: una volta stampato, in una quantità tristemente alta di casi, un volume ha già concluso il suo scopo prettamente economico. I soldi hanno fatto molti giri grazie alla sua esistenza e che poi venga o meno venduto rimane spesso ininfluente, quando non hanno più valore il suo reso o il macero.

Di conseguenza, quale qualità può avere il suo contenuto, quando non incide sulla promozione e diffusione dell’opera? Lungi dall’essere una polemica fine a sé stessa, questa critica costruttiva mira quindi a evidenziare il fatto che eventi come PLPL o il Salone di Torino potrebbero essere un motore di riscoperta della qualità e delle piccole realtà, a patto che si distinguano chiaramente e siano riconoscibili come tali. A patto che le definizioni e i concetti adottati siano più trasparenti e le regole ripensate in una uniformità di possibilità. Sono rari, infatti, i momenti di aggregazione di portata nazionale legati all’editoria e nel 2019 sono mancate le manifestazioni di Firenze e Milano, per nominare i due esempi più eclatanti. Bisognerebbe pertanto valorizzare al massimo le esperienze positive ancora in atto e riscoprire ciò che il libro contiene, anziché l’indotto che genera (solo per poche persone) intorno a sé.

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