Di frecciatine e altre comunicazioni importanti

Quando mi hanno proposto di unirmi alla redazione di Light Magazine non ci ho pensato sopra un attimo. Mi sono detto: «Questa è l’occasione giusta per togliermi qualche sassolino dalla scarpa». Ero partito in quarta, perciò, con l’affilare le più sottili frecciatine a sostenitori e sostenitrici di specifiche correnti politiche o a mettere in infusione il più profumato degli impacchi al vetriolo per chi reputavo mi avesse fatto un torto e, in definitiva, dimostrare finalmente a chiunque che io sono migliore. Ma da dove partire?

Ho riflettuto a lungo su quale argomento scegliere per il mio primo articolo. Qualunque fosse stata l’idea che mi avrebbe accompagnato alla partenza, comunque, di una cosa ero sicuro: quello che avrei scritto avrebbe dovuto essere utile. Vedete, io rivesto la scrittura di un’importanza che è, senza ombra di esagerazione, sacrale. La scrittura è prima di tutto un ponte da chi scrive verso chi legge. Se leggendo, una persona si sente più vicina a chi scrive, allora chi scrive ha fatto bene il suo lavoro. Per cui, quando sento frasi tipo «Si scrive per farsi leggere», il mio primo istinto è quello di chiamare un’ambulanza e farmi ricoverare perché da qualche parte nel mio cervello una venuzza si è occlusa e non ci ho visto più.

Si scrive prima di tutto per comunicare qualcosa, non per farsi leggere. Farsi leggere è un po’ come inviare una lettera con un francobollo da 50 centesimi, felici di sapere che ci sarà chi la riceverà. Comunicare è bollare la lettera come raccomandata con ricevuta di ritorno. Se poi le persone a cui mi rivolgo mi rispondono pure, ho vinto tutto. Perché è la fiducia nella risposta, non nella lettura, che mi dà la speranza di essere in grado di cambiare il mondo a parole. Chi scrive solo per farsi leggere è una persona il cui unico obiettivo è alimentare il proprio ego ipertrofico.

Immaginiamo allora lo scenario. Mi lamento – con maestria retorica, s’intende – del fatto che le cose non vanno. Sferzo una stoccata sarcastica dietro l’altra sul becerume della società attuale e mi rendo conto, mentre porto a fondo il colpo di grazia, che nulla di quanto ho sciabolato suggerisce delle proposte concrete di cambiamento. Che cosa ho ottenuto? Niente. A parte ovviamente i due o tre like di gente che conosco. A questo punto il dilemma che mi si è posto è stato: «Qualsiasi cosa scriva, come faccio a comunicare, oltre che a farmi leggere?».

Improvvisamente, tutta la preoccupazione del primo articolo si è spostata dal cosa al come. C’è un’avversione dicotomica riguardo alla forma delle cose, un’idea per la quale concentrarsi sulla forma significa sacrificare il contenuto: una poesia che pone troppo l’accento sul suono delle parole perde di significato, o una bionda che perde troppo tempo davanti allo specchio non ha tempo per un dottorato. Non la pensava così Jakobson, il quale affermava che ogni atto linguistico opera su sei livelli: uno è quello che punta a creare un’impressione in chi riceve il messaggio – mirando, per esempio, a fare eseguire un’azione o a stimolare una riflessione (funzione conativa); un altro è come il messaggio viene veicolato – la sua forma, la scelta delle parole, del tono (funzione poetica); un terzo su cui vorrei soffermarmi è poi un aspetto linguistico spesso sminuito, quello che si assicura che il messaggio sia stato effettivamente recepito – una banale domanda come «Mi hai capito?» assolve proprio a questo scopo (funzione fatica). La forma, insomma, è parte del messaggio.

Internet è pieno di articoli dal taglio pungente che cercano di sottolineare le storture del nostro tempo. Interi giornali hanno costruito la loro fortuna su questo modo di scrivere, sia a destra sia a sinistra. Nonostante ciò, fior fiori di studi di psicologia ci dicono che se hai una certa ideologia tenderai, a prescindere dalla sua fondatezza o meno, a considerare valide solo le argomentazioni già a sostegno della tua visione del mondo e a scartare tutto il resto. È un fenomeno chiamato bias di conferma, arma prima del populismo contemporaneo. Questo è un video che lo spiega in maniera semplice e veloce:

Il motivo per cui avviene è presto detto: non ci piace che ci si consideri deficienti. Sentirsi dire di avere torto non è proprio l’aspirazione ultima di chi sta online; chiunque – io per primo –, quando subisce un attacco da ciò che legge, ha come primo istinto quello di cassare chi lo ha scritto come una persona buonista, venduta, asservita alla Big Pharma e chi più ne ha più ne metta (e, generalmente, di ricoprirla in questione dei migliori auguri per l’anno entrante).

Il problema è che chi scrive questo genere di articoli non ha empatia per chi li leggerà. Il suo obiettivo non è comunicare, bensì raccogliere consensi facili con il suo testo (o discorso, o tweet, o bufala costruita a tavolino; vi ricorda niente?). Quel testo non avrà alcuna utilità per chi lo legge, perché a chi lo ha creato di nutrire intellettualmente altre persone non frega proprio niente. E io non voglio cadere in questa trappola. Quindi, per il mio primo articolo faccio un passo indietro. Non voglio raccogliere consensi facili. Voglio che quello che scrivo sia utile. Voglio entrare in empatia. Depongo perciò frecce e sassi e mi do un solo proposito per il 2020: a partire da questo momento mi impegno, con il vostro aiuto, a essere più costruttivo.

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