Le nuove frontiere dell’attivismo: la lotta diventa intersezionale

Ogni giorno sono 88 le donne vittime di abusi, donne che, di solito, guadagnano il 23% in meno degli uomini (ISTAT 2017); sono 1048 le persone oggetto di discriminazione razziale (ultimi dati OSCAD riferibili al 2017) e sono 50 quelle costrette a subire pregiudizi di matrice omobitransfobica (Gay Helpline). Tutti questi numeri poco simpatici cosa ci suggeriscono? Che evidentemente nel 2020, più che le macchine volanti, l’unica cosa che svolazza nell’aria è un’atmosfera di terrore e aggressività. Che la tua diversità sia una vagina, la pelle scura o la persona che ami, in questa nostra Italia la violenza è una tassa dovuta e la valuta con la quale pagare sono insulti e oltraggi tanto fisici quanto psicologici. Mi chiedo come sia possibile tutto ciò se, quotidianamente, ci sono agitazioni di ogni sorta (cortei, manifestazioni, sit-in, flash mob et similia). La risposta mi è stata data dal cartone animato Disney di Mulan: paradossale, no?

Fin quando si guarderà con gli occhi del loro e mai con gli occhi del noi, saremo vittime di oppressione. Quest’ultima scaturisce dall’ossessione tipicamente umana dell’etichettare con la fredda precisione di un automa ogni differenza tale da scindere in pezzi sempre più piccoli una comunità che, se guardasse invece alle caratteristiche e agli obiettivi comuni, si riconoscerebbe grande come il firmamento con tante stelle diverse, ma ugualmente importanti nell’equilibrio del cosmo. Uomini e donne, studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, immigrati e immigrate, membri della comunità LGBT+, persone diversamente abili e chiunque riconosca in sé un’unicità ha l’obbligo morale di vedersi parte di una molteplicità, stringere i denti e combattere anche le battaglie di altri gruppi e comunità sentendosi bersaglio del loro stesso dolore.

Per la vittoria contro ogni azione discriminatoria è necessario che la parola-chiave della nostra lotta sia, quindi, intersezionale. Una battaglia per i diritti universali che segua un percorso trasversale in qualsiasi ambito e che abbracci tutte le diversità conoscendole a fondo: un transessuale, infatti, è talvolta anche un operaio sottopagato e una donna è anche una migrante che fugge dalla guerra. Oggi la nuova frontiera dell’attivismo intersezionale è molto diffusa, ma affonda le sue radici nel 1989 sulla scrivania di Kimberlé Crenshaw, giurista e attivista all’African American Policy Forum presso la Columbia University, che nella lotta per i diritti delle donne di colore ha usato il termine «intersezionale» per evidenziare il sovrapporsi di più identità culturali, etniche o sessuali in un solo soggetto, che diventa quindi doppiamente esposto ad atti di coercizione e prepotenza. Se, come sottolineato dalla Crenshaw, questa sovrapposizione può essere negativa per il singolo individuo è, però, anche un’arma dalla forza inestinguibile che lega indissolubilmente le necessità e le richieste di più classi sociali e gruppi culturali.

Un esempio lampante è quello dell’evoluzione del femminismo nel corso del tempo; quattro ondate diverse del fenomeno culminano nel femminismo attualmente definito intersezionale. Tale fase evolutiva è causa di una crescita non indifferente dei pareri favorevoli nei confronti di questa lotta. Ora, infatti, anche gruppi politici storicamente oppressi, prima silenziosi e invisibili, si riconoscono nel movimento. La battaglia femminista intersezionale non si propone, come spesso si sente dire, di distruggere la figura del maschio bianco, etero, cisgender (a proprio agio con il proprio genere biologico), benestante e rispondente a una lunga serie di stereotipi. Appare piuttosto finalizzata a rimuovere la targhetta di oppressore affibbiata a chi, rientrando nelle norme sociali sopra elencate, gode di molti privilegi a discapito di altre categorie.

D’altronde cambiare il sistema è necessario anche per gli uomini che, accettati socialmente in conformità a canoni di virilità conclamata, sono vittime di una violenza definita machista (tipo di oppressione sociale che impone a un uomo l’eteronormatività, la prestanza fisica e la repressione dell’emotività), la quale smonta ogni possibile diversità del maschio per non renderlo un effemminato, un fallito o, come va di moda dire, un buonista. Le conclusioni che possiamo trarre toccano la sfera personale e sono più che giustamente soggettive, ma chissà che l’idea di partecipare alle prossime manifestazioni non solletichi la mente di chi ha letto fino a qui, accrescendo le potenzialità di un plèthos sempre più movimentato dal desiderio di costruire una società nuova e libera dall’ingiustizia delle oppressioni.

2 pensieri su “Le nuove frontiere dell’attivismo: la lotta diventa intersezionale

  1. Maya l’idea mi solletica tantissimo !!
    Spero siano in tanti a leggerti..ma soprattutto ad attivarsi a cambiare atteggiamento !!Brava

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