Cause e rimedi per la misoginia che veste rosa

Di recente ho riscontrato una dinamica distopica che ha fatto sgranare gli occhi per incredulità alla mia indole femminista, non intesa quale superiorità intellettuale della donna sull’uomo, ma come parità tra i due sessi. Alla misoginia, infatti, sono state aggiunte quote rosa da parte di una nuova categoria di haters, ovvero donne gratificate dall’idea di aggredire ferocemente altre donne. Leggere certi commenti sessisti mi ha lasciato inorridita, dato che ci si aspetterebbe di imbattersi in una catena umana a difendere una vittima di soprusi e di anziché in sempre più frequenti vaniloqui pubblicati da entrambi i sessi su Facebook, Twitter o Instagram.

L’Italia conosce bene il meccanismo in questione – basti pensare agli insulti rivolti, a più riprese, a personalità del calibro di Michela Murgia o di Carola Rackete nell’ultimo anno. Un esempio altrettanto eclatante è stato un post di Daniela Santanché in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre scorso, in cui l’imprenditrice di Cuneo dichiarava che la prima violenza sulle donne sia quella islamica. Ho provato a cercare una giustificazione per chi non riesce a mettersi nei panni di una donna offesa, ma non ho trovato risposte.

L’impressione che ho avuto è stata, piuttosto, un’incapacità di fondo nel decodificare le espressioni aggressive usate in prima persona, probabilmente per via della brutalità verbale (e non solo) che ci bombarda di continuo attraverso i mass media e le dichiarazioni di certa classe politicante di turno. Così, il sesso ritenuto da sempre debole si è svincolato da tale preconcetto adottando un punto di vista maschilista e un linguaggio da strada, entrato ormai con prepotenza nelle nostre interazioni tanto online quanto nella vita quotidiana. Bocche enormi e cuori piccoli di donne pronte ad adottare un linguaggio discriminante allo scopo, forse, di sentirsi accettate o quantomeno prese in considerazione dalla loro cerchia di conoscenze virtuali.

Ricordate Jane Fonda, attrice classe 1937 che ha vinto ben due Oscar? Le nuove generazioni la conosceranno forse per la serie televisiva Grace&Frankie, le generazioni meno giovani per film come A piedi nudi nel parco. Ebbene, proprio lei nei primi anni Settanta protestava già contro la guerra in Vietnam e l’8 marzo 1972 è scesa in piazza a Roma durante la manifestazione femminista a Piazza Campo de’ Fiori per unire la sua voce a una causa che ha reso più libere le donne di tutto il mondo. Ancora oggi, alla veneranda età di 82 anni, è rimasta ribelle, potente e decisa nel battersi per i diritti umani e civili, nonostante talvolta ci si dimentichi di lei. Allo stesso modo, ultimamente vengono vendute svariate t-shirt con il volto di Frida Kahlo, icona di libertà e indipendenza femminile in Messico e in tutto il mondo. Queste magliette però, capita che vengano indossate da persone che nemmeno conoscono la sua vita improntata alla resilienza, con la conseguenza che la pittrice messicana è divenuta mainstream sfilando su indumenti e mutande. Probabilmente, quindi, per trovare nuovi modi espressivi e di pensiero da parte innanzitutto delle donne nei confronti delle altre donne e da lì, poi, di entrambi i sessi nei confronti di entrambi i sessi, sarebbe necessario riappropriarci della storia recente e di chi ha saputo cambiarla con le proprie azioni.

Un punto di partenza potrebbe essere costituito dalla visione del documentario Femministe: ritratti di un’epoca di Netflix, in cui Jane Fonda stessa, o altre personalità come l’attrice Lily Tomlin, si raccontano attraverso il libro fotografico di Cynthia MacAdams pubblicato nel 1977. Ritratti di artiste, scrittrici, cantanti e attiviste nel momento in cui si stava sviluppando la seconda ondata femminista riaffermano in maniera inequivocabile l’importanza di tornare a essere disobbedienti e protagoniste, rivoluzionarie ed eroiche, anche e soprattutto ai giorni nostri.

Giusto perché non si è mai troppo piccole per iniziare a conoscere le vicende di determinate protagoniste di ieri e di oggi, oltre al celebre volume Storie della buona notte per bambine ribelli edito da Mondadori, nel 2018 è stato messo in commercio un gioco da tavolo ispirato al noto Indovina Chi e intitolato Who’s She?: si tratta di una rivisitazione interamente in legno, disegnata e assemblata da un team di donne, che potrebbe e dovrebbe entrare a pieno titolo nei must have 2020 a prescindere da genere ed età anagrafica.

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