Quando Junior Cally insegnò a Sanremo la parola “misoginia”

Ci siamo, è di nuovo quel periodo dell’anno: la settimana di Sanremo. E anche stavolta il festival più amato della televisione italiana si porta dietro la sua buona dose di polemiche e chiacchiericci, quasi che ormai mamma Rai abbia capito che ad attirare pubblico non sono le canzoni in gara, ma le discussioni sterili. Confesso, però, che mi diverte osservare la kermesse con uno sguardo “etnografico”. Studiare cosa piace a un popolo ci permette di saperne di più anche sulla sua cultura, no? Quest’anno le critiche di rito si sono concentrate, oltre che su una conferenza stampa di presentazione degna dell’Alto Medioevo, sulla scelta di fare partecipare il rapper Junior Cally, all’anno Antonio Signore. Di quest’ultimo, prima che la mia bacheca di Facebook iniziasse a traboccare di stizza e sdegno da ogni post, non avevo mai sentito parlare. Ho deciso quindi di capire di più sul personaggio e sul perché di tanto astio.

Ora, la mole di rabbia che nei giorni scorsi si è riversata sulla sua produzione artistica mi sembra alquanto sproporzionata. La rete si è accanita su una strofa specifica di una canzone, di una misoginia tanto raccapricciante da essere impresentabile. E, sebbene sia vero che quell’estratto si presta particolarmente bene a essere strumentalizzato per catalizzare una facile indignazione, è vero anche che tutte le sue canzoni trasudano machismo. Ad ogni modo, mentre cercavo di capire chi fosse l’antieroe mascherato, ho trovato anche la sua versione, che mi sembra equo riportare: «Faccio il rapper, è normale che nei testi devo dire determinate cose, sennò chi mi si filava?». Quello che dice, sostanzialmente, è che il rap è un genere musicale codificato, con dei canoni rigidi per quanto riguarda forma e contenuto dei testi; se vuoi vendere, devi rispettarli. E l’atteggiamento iper-machista è proprio delle regole del genere rap.

L’idea di tenere fuori dalla portata del pubblico nazionale l’esponente di tutto un genere musicale, specie di uno che ha un tale seguito, mi sa un pochino di censura, di Minculpop a giuria popolare. Decidiamo comunque che certe cose vadano censurate e che la televisione pubblica non possa avallare un certo tipo di messaggio e di linguaggio, e che pertanto un cantante famoso per quel tipo di testi debba essere condannato alla damnatio memoriae mediatica: che utilità se ne avrebbe? Perché l’impressione che ho io è che questo tipo di soluzioni equivalga un po’ a guardare il dito quando ci indicano la luna. Non ho letto di gente che abbia pensato: «Ok, ma perché Junior Cally ha così tanto successo?».

Nel momento in cui scrivo, il video della canzone incriminata ha più di 5 milioni di visualizzazioni (purtroppo non ho modo di sapere quante di queste siano dovute all’esposizione mediatica degli ultimi giorni, però non penso siano molte). Se è vero che quella canzone è così indecente, perché è stata ascoltata così tante volte? Si pone allora un problema culturale, perché significa che c’è un mare di persone lì fuori che percepisce quella forma di machismo come un modello da seguire. E la maggior parte di coloro che si riconoscono in quella cultura sono adolescenti: non è un caso che il rapper si rivolga «ai giovani», sottolineando che siano «i vecchi di merda» a contestarlo. Piuttosto che censurare la canzone (o il cantante tutto), non sarebbe quindi più utile iniziare a lavorare per cambiare il sostrato culturale, magari inserendo nei programmi scolastici l‘educazione all’affettività?

La cosa che mi preme di più ribadire, però, è che tutti i battibecchi sull’opportunità di lasciare partecipare il Junior Cally di turno non solo non hanno niente di femminista, ma sono anzi l’arma di distrazione per eccellenza dalla lotta contro una comunicazione pubblica che fa ancora di una langue prettamente maschilista la sua roccaforte. Per esempio, avete presente Bruno Vespa? Dopo avere detto in diretta a una donna, ridendo, che se il compagno «avesse voluto ucciderla davvero, l’avrebbe fatto», non solo non ha subito conseguenze, per di più al 30 gennaio ha ritagliato alla TV dello Stato un bel 15% di share. Anzi, ha fatto passare il messaggio che il femminismo sia il passatempo di quattro gatte inacidite che si attaccano a una minuzia qualsiasi perché non hanno di meglio da fare.

Insomma, una volta tanto sarebbe bello che non ci si soffermasse, come spesso accade nel Belpaese, a discutere dei minimi sistemi facendone massimi argomenti, ma si sfruttasse l’occasione per avviare una riflessione culturale più profonda e si iniziasse a pensare alle cause profonde che portano al successo di un determinato messaggio, piuttosto che attaccarsi a una sua singola istanza.

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