Il rapporto con il testo e con la lettura nei grandi monoteismi del Libro

Malgrado sia tutto fuorché un automatismo, la lettura è stata a lungo considerata una pratica estremamente naturale. A causa di ciò le è sempre stata attribuita scarsissima importanza all’interno degli studi di teoria della letteratura e di antropologia. Nel corso del tempo, i tipi di lettura che si sono affermati e alternati sono stati quattro: a voce alta − per un grande uditorio o per una piccola cerchia familiare, la più nostalgica del dominio della cultura orale, caratterizzata da un’opaca patina di ritualismo − a mente, sussurrata e in solitaria − oggi quasi un trastullo intellettuale, un momento di intimità iscritto in una vita sempre più frenetica e denotata dalla socialità.

A partire dal primo Medioevo, le autorità religiose hanno usato la testualità e la lettura per veicolare determinati valori ed esercitare il proprio potere sulla folla. Ciò si è trasposto nella realtà storica con vari espedienti, i più efficaci dei quali furono l’Inquisizione, la censura e l’istituzione dell’Indice dei Libri Proibiti. I tre grandi monoteismi del Libro, però, malgrado delle costanti culturali, hanno vissuto un rapporto unico con il testo, che analizzeremo brevemente in seguito.

Il Cristianesimo si sviluppa in simbiosi con il suo Libro (la Bibbia), che è sacro in quanto portatore di verità ispirate direttamente da Dio ai profeti e agli evangelisti. La lingua-veicolo era il latino (solo parzialmente il greco antico), il che generò una grande distanza tra le gerarchie ecclesiastiche e credenti senza istruzione, nonché un aspro letteralismo nemico di ogni buonsenso. La lettura nel sistema culturale cristiano è infatti privata di ogni funzione comunicativo-didattica, destinata com’è alle vetrate delle chiese e alle omelie dei preti, i quali filtravano i testi per renderli più immediati e appetibili. In tal senso il Monastero è considerabile la culla della cultura scritta pre-Gutenberg, dal momento che diffondeva saperi selezionati attraverso le scelte oculate del materiale da diffondere o le sviste che avvenivano durante la copia dei manoscritti.

Com’è noto, la Riforma protestante mise del tutto in crisi questo consolidato sistema, anche se, secondo alcuni studi, più semplicemente fu la causa di un rinnovamento delle sue fondamenta. Martin Lutero, d’altronde, auspicava al raggiungimento di una maggiore libertà interpretativa, alla possibilità di sviluppare una lettura autonoma e, di conseguenza, a un indebolimento delle intermediazioni che schermavano il testo sacro. Ciò fu reso realmente possibile dall’avvento della stampa, dalle varie traduzioni della Bibbia nelle diverse lingue europee e da un generalizzato aumento del tasso di alfabetizzazione.

Nell’Ebraismo, invece, la lettura è principalmente rituale, caratterizzata dunque da una certa passività e austerità per via dell’incombenza del rabbino, unica guida in grado di indirizzare la pratica in modo retto. Se chi legge a voce alta non è competente e si trova in un luogo impuro, è in grado di desacralizzare il sacro. Per secoli il tasso di alfabetizzazione nelle comunità ebraiche è stato comunque molto alto rispetto al resto della popolazione mondiale grazie alle pratiche del commercio: ciò la rendeva una pratica in ogni caso diffusa e non proibita al genere femminile. La convivenza con il volgare, tuttavia, causò la cristallizzazione della lingua ebraica e il mancato sviluppo di una ricca letteratura profana non esoterica. Come se non bastasse, malgrado quasi la totalità della comunità sapesse leggere, la stampa era proibita e la circolazione libraria era quindi estremamente limitata. Tra l’altro, all’interno dei testi sacri il nome di Dio viene espresso con il tetragramma YHWH, dato che l’impronunciabilità è una delle caratteristiche del divino che ne accentuano l’alterità.

Il mondo islamico ha un rapporto molto diverso con il testo rispetto alle strutture socio-religiose di cui si è parlato in precedenza per via della natura stessa del suo testo sacro, il Corano, considerato il frutto di una rivelazione. Secondo la tradizione, infatti, Allah inviò al Profeta un angelo, il quale dettò il testo riga per riga a Muhammad, che lo imparò a memoria grazie alla sua estrema ritmicità e lo recitò in un secondo momento a vari testimoni e compilatori, i quali a loro volta lo trascrissero su differenti supporti. L’opera venne riorganizzata successivamente dal califfo Uthman B. Affan e il suo aspetto linguistico si rivela fino ai nostri giorni preponderante: il testo sacro è infatti intraducibile, perché Allah comunica in arabo con chi ha fede in Lui e non sarebbe possibile alterare la diretta parola del divino.

Al di là delle loro differenze e peculiarità, le religioni monoteiste che sono state prese in rassegna vivono un rapporto personale e unico con i testi sacri e con la lettura, il che a maggior ragione dovrebbe (ri)portare a considerare quest’ultima pratica a ben diritto «un’immortalità all’indietro», come non a caso l’ha definita una volta Umberto Eco.

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