Mascolinità tossica? Il femminismo fa bene anche agli uomini

Di femminismo si sente parlare sempre più spesso, dato che questo termine, con tutte le sue sfaccettature, è ormai entrato nelle nostre conversazioni quotidiane. A volte, però, se si dibatte di questioni di genere, l’energia nella stanza cambia sensibilmente e si avverte un certo disagio, come quando si affrontano tematiche scomode e tabù. C’è chi si mette sulla difensiva, chi alza gli occhi al cielo come a dire «ecco, ci risiamo…», né sorprende che sia così, dal momento che il femminismo è effettivamente un argomento scomodo: ci spinge a ripensare ad atteggiamenti e parole che, purtroppo, sono parte integrante della cosiddetta normalità.

Secondo uno studio del 2018 condotto da Christina Scharff nel Regno Unito, meno di 1 donna su 5 si definisce femminista. Paradossalmente, tuttavia, più di 8 persone su 10 tra quelle intervistate affermano di credere nella parità tra uomo e donna. Eppure, sappiamo che per femminismo s’intende proprio l’equiparazione economica, giuridica e politica fra i sessi. Perché, quindi, la parità ci spaventa tanto? Probabilmente, perché ammettere di essere in una condizione di disparità presuppone che, al momento, uno dei due sessi abbia dei privilegi rispetto all’altro, e non è facile ammettere di dovere rinunciare a qualcosa per riequilibrare la situazione.

In parallelo, comunque, si sta diffondendo sempre più sensibilizzazione rispetto alla nozione di femminismo e, attraverso discussioni e scambi di opinioni, si sta abbassando la soglia di tolleranza verso i comportamenti sessisti. Grazie a una pubblicità di Gillette diventata virale, per esempio, in diverse nazioni è emerso con vigore il concetto di mascolinità tossica, ovvero l’insieme di aspettative di genere che un uomo sente di dovere rispettare per essere definito tale. Se, infatti, la società patriarcale impone una lunga lista di caratteristiche che la donna è obbligata a possedere per essere accettata (gentilezza, mansuetudine, espressione sorridente, indole taciturna e così via), anche gli uomini sono tenuti a rispettare una serie di criteri.

Secondo questa visione distorta, il “vero uomo” afferma la propria identità di maschio anche a discapito di altre persone. Non si lascia scomporre da niente, fa battute sessiste e troppo spesso viene perdonato per i suoi comportamenti omofobi e transfobici. Come se non bastasse è deciso, competitivo e non lascia intravedere emozioni, fino a diventare violento e aggressivo pur di affermare la propria virilità. Molte società occidentali non vedono di buon occhio un uomo che piange, dimostra affetto e tenerezza o che, in generale, si lascia prendere dalle emozioni, tant’è che, soprattutto in certi ambienti, chi esce dallo schema viene punito con la derisione e l’emarginazione.

La maschera da “uomo che non deve chiedere mai”, però, è un fardello pesantissimo da portare. Ne ha parlato in un pezzo di slam poetry il poeta e attivista americano Guante, che si occupa proprio di healthy masculinity (lett. mascolinità sana). Nei suoi versi vengono presentate dieci possibili risposte all’imperativo «Man up!» («Compòrtati da uomo!») e contestualmente si percepisce tutta la stanchezza di un uomo che vuole «essere debole qualche volta […], essere forte, ma senza dare l’idea di potere fisico o dominio». La mascolinità tossica, d’altronde, è estremamente dannosa per chiunque, in primis per gli uomini stessi, perché li spinge a reprimere la loro sfera emozionale, a non cercare aiuto e a non avere il diritto a provare paura. In altre parole, si tratta di una profonda discriminazione nei confronti della categoria maschile, che di conseguenza richiederebbe una trasformazione delle attuali norme di genere.

Un cambiamento radicale, però, non può avvenire da un momento all’altro: la prima regola per raggiungere un obiettivo è che esso sia realistico. Per questo, il primo passo potrebbe consistere in una maggiore consapevolezza individuale, mirata a notare (e a fare notare) atteggiamenti di mascolinità tossica a cui si assiste nella vita di ogni giorno. Se un uomo piange, per esempio, la reazione di chi lo circonda rischia di limitarsi a un «Non fare la femminuccia», mentre se mostra sensibilità rispetto a un certo argomento gli viene ricordato di «comportarsi da uomo». Proviamo, invece, a misurare parole e battute, evitando di affermare che qualcuno che conosciamo è lunatico perché «ha il ciclo» o perché «ha così tante paranoie da sembrare una donna», e forse presto ci accorgeremo che staranno cambiando per il meglio anche gli uomini intorno a noi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *