Alla riscoperta dei fili essenziali con la scrittura terapeutica

«Qualunque dolore può essere sopportato, se si traduce in una storia.»
(Karen Blixen)

Un giorno, per caso, ho incontrato una persona importante con la quale avevo trascorso molti anni della mia vita. Il contesto, la situazione e le parole dette confusamente mi sono sembrate avvolte nella nebbia, tanto da portarmi a una storia frammentaria, senza inizio né fine (o meglio, la fine era al posto dell’inizio e tutti i pezzi erano disposti a caso, come frantumati). Quando ho esposto l’intreccio della mia storia a una professionista mi sono sentita subito sollevata, perché la psicoterapeuta in questione mi ha concretamente aiutato a capire e a vedere tutto in modo molto più chiaro. Quello che avevo provato ha iniziato ad avere un senso e a non essere più casuale: c’erano un prima, un durante e un dopo, e ogni azione e parola erano ora collegate.

Perché, però, avevo avuto il disperato bisogno di raccontare l’accaduto prima a me stessa e poi alla mia psicoterapeuta? E perché, raccontandolo e tirandolo fuori dalla mia testa, mi era sembrato più tollerabile e finanche meno doloroso? Probabilmente perché siamo esseri mitopoietici: abbiamo un bisogno fisico, umano e quasi vitale di raccontare e di scrivere storie. Lo facciamo dalla notte dei tempi, tant’è che i popoli antichi hanno creato i miti per dare spiegazioni a fenomeni ai loro occhi incomprensibili e spaventosi. Individuare la causa e i nessi logici delle cose ci tranquillizza.

Scrivere, inoltre, ha delle vere proprietà terapeutiche, dato che nell’atto stesso di raccontare sviluppiamo il senso di coerenza, controllo e integrazione di ciò che non capiamo e che ci fa stare male. Se non scrivessimo del passato, non sapremmo fino in fondo chi siamo e quale desiderio ci spinge a comprenderci e a raccontarci. L’hanno sostenuto tante personalità, a partire da Hemingway («Scrivi forte e chiaro di ciò che fa male») fino ad arrivare a Sylvia Plath («Scrivo solo perché c’è una voce in me che non sta mai in silenzio»): fissare su carta, scrivere e riorganizzare il discorso, dando una forma al sentimento e al vissuto, sono modi per “tirare fuori” il sé e alleggerirsi dentro.

Così, la stanza dell’analista diventa la stanza del racconto, come per primo ha detto Jung. «La fase in cui le immagini inconsce vengono messe per iscritto costituisce infatti una tappa imprescindibile per avviare la disidentificazione del complesso dell’Io dalle immagini inconsce e per rendere possibile il loro successivo dialogo». Come descrivere a voce o per iscritto determinate sensazioni? «Il solo modo di esprimere emozioni in forma d’arte è di scoprire un correlativo oggettivo; in altri termini una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare; tali che quando i fatti esterni, che devono terminare in esperienza sensibile, siano dati, venga immediatamente evocata l’emozione», ha affermato T.S. Eliot.

La psicoanalisi si basa su un racconto co-costruito insieme allo o alla specialista, che grazie ai suoi strumenti riesce a scioglierne il groviglio. Non a caso, fin dalle sue origini, si tratta di una cura prettamente orale (in inglese talking cure), il cui effetto benefico si ottiene tramite lo scambio verbale tra paziente e analista. Anche se la pratica della scrittura non è codificata come metodo di analisi, non è raro che in terapia venga chiesto di trascrivere i propri sogni e le proprie immagini inconsce, dato che tale pratica ha il potere di raggiungere le parti più profonde e nascoste di noi. Senza rendercene conto, infatti, per esternare un sentimento che ci ha toccato fortemente o un ricordo profondo e lontano, ricorriamo spesso a dei correlativi oggettivi, ovvero a oggetti o eventi che quella precisa sensazione, quella precisa memoria, quel preciso sentito del passato. Uno degli esempi più belli del suo uso si trova nei versi di Montale tratti da Spesso il male di vivere ho incontrato:

«Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.»

Abbiamo tutti e tutte bisogno di raccontare una storia, persino la nostra, per capire la realtà, le relazioni e la nostra interiorità. C’è sempre un filo logico, causale e necessario a collegare eventi, parole, sensazioni, dolori, ricordi e momenti di felicità. Scrivere è un modo per scoprire e per creare questi fili essenziali.

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