Il turpiloquio nel cervello: le ragioni scientifiche per cui diciamo le parolacce

«Le parolacce non si dicono». È questa la frase con cui cresciamo, cercando di non oltrepassare il limite imposto dalle persone adulte. Ma, si sa, le regole nascono per essere infrante: dopotutto, a chi non è mai capitato di pronunciare certe parole tabù e sentirsi meglio? In questo articolo provo a dare una connotazione scientifica a ciò che accade nel cervello quando si innesca il meccanismo del turpiloquio, fenomeno che accomuna la stragrande maggioranza degli esseri umani.

Durante i miei anni universitari, mentre svolgevo delle ricerche per la mia tesi di laurea, mi sono imbattuta in uno studio che ha rivoluzionato la storia della neurologia. Una ricerca portata avanti da un team capitanato dallo scienziato americano Jack Gallant, Università della California, ha rilevato che esistono delle aree del cervello che sono deputate al controllo del turpiloquio. Partendo dalla mappatura delle parole archiviate nel cervello, infatti, è possibile riscontrare come queste non abbiano una sistemazione alla rinfusa, ma rispondano a un ordine ben preciso: tutte i termini appresi negli anni vengono archiviati in aree precise a seconda del significato. Così, se prima gli studi avevano dimostrato che le capacità linguistiche sono concentrate nell’emisfero sinistro*, è stato ora messo in luce che i lemmi sono distribuiti in più di cento aree distinte in entrambi gli emisferi della corteccia cerebrale. Questo evidenzia come il cervello tenda a raggruppare le parole per aree semantiche affini, a seconda del loro significato.

Nello specifico è stato dedotto che le parolacce e, soprattutto, le imprecazioni, sono archiviate nell’emisfero destro. Ecco perché chi perde la parola per incidenti, ictus o malattie neurologiche può ancora conservare l’abilità di imprecare, se la lesione cerebrale è nell’emisfero sinistro. Fondamentalmente, quindi, le parolacce sono controllate da tre aree cerebrali:
– l’emisfero destro, che controlla il pensiero emotivo. In questa parte vengono archiviate le imprecazioni, cioè le parolacce pronunciate per rabbia, dolore o sorpresa. Si tratta di parole desemantizzate, prive di significato letterale, che se si compongono insieme per formare un’espressione più lunga vengono gestite dal cervello come un unico blocco (in gergo si parla pertanto di turpiloquio automatico, simile a un riflesso neurologico). Ciò spiega il motivo per cui, se urliamo una parolaccia, riusciamo a esternare una sensazione che altrimenti sarebbe inesprimibile;
– i gangli della base, che sono un’area profonda del cervello e controllano le funzioni motorie. In questo caso il meccanismo funziona come un freno censorio: se si rompe, si inizia a imprecare senza limiti;
– l’amigdala, che si occupa di elaborare le emozioni e la memoria. La sua attività è legata in particolare alle emozioni negative (paura, sorpresa, rabbia): attiva reazioni di combattimento o di fuga, aumenta i battiti cardiaci e rende meno sensibili al dolore. Non a caso, quando proviamo rabbia o paura, iniziamo a pronunciare insulti.

Concludo accodando il mio pensiero a quello di numerose ricerche, affermando che il turpiloquio funge proprio da valvola di sfogo evitando, a volte, il verificarsi di episodi materialmente più pericolosi. Riconoscere e studiare l’entità delle parolacce, limitandole alla liberazione di una tensione interna, può permettere di individuare i motivi scatenanti di emozioni così forti e porvi rimedio attraverso supporti psicologici specifici.

* E. Goldberg. The executive brain. Frontal lobes and the civilized mind, Oxford University Press, 2001

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