Perché esiste un magazine in Italia che non usa l’universale maschile

Sono una donna, scrivo per mestiere e per i primi vent’anni della mia vita ho escluso me stessa dalla maggior parte dei discorsi che articolavo. Mi esprimevo, come spesso accade nel nostro Paese, con formule quali «Tutti sanno che», «Nessuno si è mai interrogato sul fatto che» o «Gli adolescenti di oggi pensano che». Si trattava di un’abitudine così naturale e frequente nell’ecosistema a cui appartenevo che non l’avevo mai considerata un problema, né un vizio linguistico da risolvere: nelle forme dell’universale maschile sottintendevo la presenza di un genere femminile mai davvero espresso, sempre dato per scontato e, così facendo, perennemente omesso.

La prima persona che mi ha indotto a riflettere sulla questione è stata la mia docente di letteratura spagnola all’università. Lei che si pronunciava sempre usando sintagmi sulla falsa riga de «gli studenti e le studentesse», infatti, un giorno ha osservato che il percorso storico e sociale degli scrittori non si è evoluto in parallelo rispetto a quello delle scrittrici, né tanto meno quello di lettori e lettrici. I mariti per secoli non hanno goduto degli stessi privilegi delle loro mogli, le fanciulle molto di rado hanno ricevuto la stessa educazione dei fanciulli e un’adulta e un adulto di oggi non godono dappertutto di uguali diritti civili.

Se ha importanza operare un distinguo, quindi, non è per un vezzo trascurabile, quanto piuttosto per evidenziare delle discriminazioni di genere di capitale importanza, che nel tempo hanno portato e continuano a portare a una considerazione degli uomini non sempre coincidente con quella riservata alle donne, sia sul piano linguistico sia su quello sociologico – e quindi politico, culturale, accademico, etnico, economico, religioso e familiare. A dimostrarmelo, tanto nelle aule della facoltà in cui ho studiato quanto oggi ai quattro angoli del mondo, sono pubblicazioni storiografiche, letterarie, scientifiche, di critica e specialmente divulgative che si servono di espressioni a dir poco misogine, perfino quando non ne hanno piena consapevolezza. Il concetto è stato spiegato in maniera semplice ma efficace da Paola Cortellesi nel monologo pronunciato durante la cerimonia di premiazione dei David di Donatello 2018:

Partendo da queste premesse, a 21 anni mi sono resa conto che la prof di letteratura aveva ragione e ho scelto di rivoluzionare il modo in cui parlavo, scrivevo, sentivo e, di conseguenza, pensavo. Dalle mie categorie mentali ho escluso le generalizzazioni e ho reinserito a gamba tesa la componente femminile, servendomi della mia lingua madre in una maniera creativa e scorrevole, che non rendesse artificiosa la mia comunicazione mentre mi mobilitavo per una maggiore parità dei sessi. Ciò significa, in parole povere, che non ho iniziato all’improvviso a usare gli asterischi in frasi del tipo «dovremmo essere tutt* femminist*» e che ho comunque evitato, laddove possibile, lungaggini come «tutti gli spettatori e tutte le spettatrici», o peggio «tutti/e gli/le spettatori/trici», optando a monte per alcune espressioni neutre (forme verbali e pronominali impersonali, o sostantivi come gente, persone, popolazione e individui, per esempio).

È così che, alla soglia dei 25 anni, ho cofondato insieme a Donatello Cirone il primo magazine italiano la cui redazione non si serve in nessun caso dell’universale maschile quando scrive un articolo. Non lo facciamo sui nostri canali social e non lo abbiamo fatto neppure nelle pagine di presentazione del progetto pubblicate sul nostro portale. Abbiamo preso questa decisione a prescindere da sesso, genere, età, lingua, etnia, religione, orientamento politico, condizioni sociali e personali di chiunque tra noi, perché crediamo in una lingua capace di diventare inclusiva a partire dai titoli dei quotidiani fino ad arrivare alle clausole dei contratti di lavoro, dai saluti istituzionali fino ai testi delle canzoni, nella speranza che metà della popolazione mondiale non venga più esclusa a priori dal nostro comune orizzonte comunicativo. Può sembrare un’utopia, ma perché non tentare?

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