La censura dell’Ecce Homo erectus di Hogre tra fede e libertà

«Il sindaco Raggi rimuova IMMEDIATAMENTE questo schifo esposto al Museo di arte contemporanea di Roma», ha postato la Meloni, e poco dopo l’Azienda Speciale Palaexpo ne ha comunicato l’avvenuta rimozione. Era quasi Natale, l’opera in questione era di Hogre e ritraeva un bambino in ginocchio davanti a un presunto Gesù in stato di eccitazione. Ecce Homo erectus (questo il titolo) era un evidente riferimento ai casi di pedofilia all’interno della Chiesa Cattolica. «Volgare, blasfema, indegna, offensiva», l’ha definita Leghe; una critica al ruolo dell’uomo nella nostra società patriarcale spiegava dal canto suo l’autore due anni fa, quando, insieme a quella della Immaculata conceptio in vitro, l’immagine era apparsa per la prima volta tra le strade della capitale.

Rimettendo alla singola sensibilità critica la facoltà di valutarne il buono/medio/cattivo gusto, rimane scoperto il legame avvinghiante tra gradimento e tolleranza, e resta tempo per ipotizzare quanto l’Italia sia ancora culturalmente lontana dalla possibilità di adottare un modello penale secolarizzato, «che non accordi alla fede alcuna tutela penale diretta, ritenendo sufficienti le più generali forme di protezione penale dell’esercizio dei diritti di libertà riconosciuti e garantiti dalla Costituzione». L’attaccamento alla religione cristiana percepita come elemento di identificazione collettiva e come patrimonio comune da difendere da eventuali attacchi o critiche, in effetti, trapela dalla maniera in cui l’episodio si è consumato, nella totale indifferenza, se non addirittura nell’entusiasmo, di chi ha assistito all’esclusione del manifesto dalla mostra. Così, ci troviamo di fronte a dei presupposti in grado di rivelare quanto possa essere prematuro immaginare di abbracciare un’eventuale abrogazione dei reati di «offesa a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone o cose» (art. 403 del Codice Penale e 404 com. 1) e dell’art. 724 c.p. com.1, che prevede una sanzione amministrativa per chi bestemmia pubblicamente.

A cogliere l’occasione per instaurare un dialogo a partire dalla vicenda è stata una minoranza, e tale mancata reazione, soprattutto a livello politico, ritengo sia più preoccupante delle conseguenze a cui avrebbe potuto condurre l’esposizione dell’opera. L’apatica indifferenza, invero, è parente del tacito consenso. Non si tratta di una questione ideologica volta a separare chi crede da chi non crede: questa, come qualsiasi altra sensazione nata da una provocazione (in particolare se appartenente alla corrente del subvertising), è non soltanto richiesta, ma anche facilmente comprensibile. Comprensione e immedesimazione, però, non necessariamente sono sinonimi di condivisione. Di conseguenza, nel caso di uno spontaneo disappunto personale,  sarebbe auspicabile imparare a compiere lo sforzo maturo di indietreggiare e placarsi se, anche solo astrattamente, i principi fondamentali su cui si fonda il nostro ordinamento rischiano altrimenti di vacillare.

Non per niente viviamo in uno Stato laico, pluralista e tollerante, che riconosce e garantisce uguaglianza e libertà di espressione, per quanto poche siano state le voci che hanno sentito il bisogno di difendere la propria capacità di autodeterminazione, rivendicando il diritto di decidere cosa guardare e come educare la propria prole a dispetto di chi, invece, ha ritenuto l’immagine non idonea a un luogo frequentato da famiglie tout court. Credere è atto intimo che, se è diritto del singolo individuo preservare, non può più diventare dovere di un’intera collettività custodire. La fede, dopotutto, è una figlia che può crescere solo se educata da una madre devota al rispetto e alla libertà, sebbene nel nostro Paese, forse, non si ami quest’ultima al punto da avvertire un sentimento di offesa tutte le volte in cui viene violata. Ci illudiamo, sbagliando, che essa soffra nella blasfemia, quando invece brucia nella censura. Nel permettere che, partendo dalla propria percezione, ci s’investa di un’indignazione ritenuta di pubblico dominio, legittimiamo implicitamente la devalorizzazione di qualsiasi altra opinione a questa non conforme e il consequenziale sminuimento delle abilità di discernimento e interpretazione personali. Abilità che di solito, invece, non vengono messe in discussione quando si passa da un ruolo di difesa a una posizione d’attacco.

Quando ci si espone in prima persona, infatti, ciò che si vuole comunicare tra le righe risulta chiaro al punto da fare apparire improvvisamente superflua ogni attenzione volta a evitare possibili fraintendimenti. Quindi, per esempio, chiunque sembra capace di comprendere che il post pubblicato dall’ex ministro degli Interni, in cui si invocano «due democratiche pedate nel sedere» ai danni dell’artista in questione, non fosse né un incitamento alla violenza né un tentativo di riesumazione della pena corporale. Supponiamo, però, che senza passare da Facebook, un qualche individuo avesse davvero attentato all’integrità fisica del giovane: avremmo lanciato hashtag come #iosonoHogre sulla scia del tragico attentato a Charlie Hebdo?

Troppo spesso il nostro pensare sembra seguire il filo della coerenza solo quando l’ago non ci punge. Ecce Homo erectus allora, con la forza evocativa propria di questa espressione, serva a ricordarci che la flagellazione, sia essa di un uomo o di una fede, di un ideale o di un diritto, dimora sempre negli abusi.

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