Il linguaggio della politica contemporanea, tra social e citofoni

È ufficiale: d’ora in avanti chiunque dovesse nutrire dubbi sulla buona condotta di una persona potrà evitare di rivolgersi alle forze dell’ordine e bussare direttamente al citofono di Matteo Salvini. Avete perso il portafoglio e maturate il sospetto che il vostro vicino di casa ve l’abbia rubato? Nessun problema! Con un semplice click il capitano correrà a difendere la vostra buona fede e sarà pronto a dirne quattro al terribile malfidato. In più, scegliendo il pacchetto famiglia, lo smascheramento verrà immortalato da una troupe televisiva e diffuso sulle principali piattaforme social. Cosa aspettate? Portate a votare le vostre vecchie zie e vendicate i vostri torti!

Lo spot per le prossime elezioni politiche l’ho immaginato pressappoco così, con tanto di musica e siparietti di contesto. Un testo del genere non avrebbe sicuramente funzionato quindici anni fa, quando Facebook era solo una parola straniera e gli unici cinguettii che conoscevamo erano quelli dei pettirossi la mattina presto, ma nel 2020, era della propaganda social e della politica smart, ci è rimasto questo: slogan, punti esclamativi e tanta, tanta rabbia da riversare a casaccio sulla gente. In questi ultimi anni, che fosse nella veste di una sardina o di un tonno, è stata posta un’unica domanda rimasta da troppo tempo irrisolta: come ci parla la politica? Risposta: molto male.

Eppure, nonostante sembri appena nata, quella del linguaggio politico è una questione vecchia quanto la storia. Già nel 1895 Gustave Le Bon, nella Psicologia delle folle, forniva indicazioni precise riguardo alla messa a punto di un linguaggio da leader che avrebbe permesso di attirare più facilmente consensi tra le masse, la cui esistenza di per sé è finalizzata al traino sotto un pensiero comune*. D’altronde, a suo dire, le folle sono specchio dell’opinione pubblica e, mutando idea, finiscono per condizionare i media e la stampa, che le si allineano pur di non perdere consensi e per fronteggiare la concorrenza; se è stato commesso un omicidio, dunque, non sarà importante specificare nel titolo dell’articolo dove e quando il fatto sia accaduto, ma di che nazionalità fosse l’artefice dell’assassinio. Ingredienti essenziali per la ricetta del trascinamento perfetto, non a caso, sarebbero una buona dose di affermazioni, numerose ripetizioni di concetti chiave (un po’come succede nelle pubblicità) e un certo pàthos nei discorsi pronunciati.

Ed ecco spiegati in quattro punti salienti i tormentoni della politica odierna, dal Prima gli italiani al recentissimo e fazioso Parlateci di Bibbiano, due slogan che, benché apparentemente a sé stanti, rispondono al comune denominatore della paura irrazionale: la paura che quando timbriamo il cartellino ci venga rubato il posto di lavoro (peggio ancora se da una persona con la pelle di un colore diverso dal nostro), o il timore che un individuo malintenzionato ci rapisca figli e figlie, da dare in pasto alla burocrazia delle adozioni mentre si insaporisce il minestrone delle fake news. La politica da stadio di Vesuvio lavali col fuoco, in altre parole, non parla alle folle: diventa le folle. Intercettando la loro psicologia, si limita a pronunciare quello che vorrebbero sentirsi dire per non essere definite razziste, antisemite, stupide e ignoranti. Qualsiasi frase da leader ha come conseguenza che il problema sollevato non riguardi più le masse, ma qualsiasi «buonista, professorone e radical chic» che, pensandola diversamente da loro, non utilizza le tastiere come campo di battaglia.

Bussare a una persona sconosciuta e accusarla di avere commesso un reato senza alcuna motivazione apparente (mossa definita un passo falso in un meccanismo di propaganda durato più di un anno), quindi, è solo l’ennesimo tentativo di consolidazione del personaggio Salvini: leader, trascinatore, capitano pronto a proteggere la sua cittadinanza e politico porta a porta, che entra nelle nostre case per accertarsi che non stiamo compromettendo il nostro buon nome. In fondo, chi non desidererebbe parlare con un ex ministro dell’Interno senza muoversi da casa? Un tempo esistevano le piazze e i circoli, ora per riuscirci basta avere un citofono che funzioni.

* Le Bon G., Psicologia delle folle, trad. a cura di Andrea Montemagni, Edizioni Clandestine, 2013.

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