Il cigno che canta, ovvero la bellezza del dolore tra arte e scienza

Per la sua straordinaria bellezza, eleganza e regalità, la figura del cigno è usata da sempre in ambito mitologico, letterario e musicale. Oltre al Cigno di Pesaro Rossini o al Lago dei Cigni di Čajkovskij, infatti, l’uccello dal candido piumaggio ricorre spesso in miti e leggende accostandosi a un profondo senso di malinconia. È il caso del cosiddetto «canto del cigno», la narrazione popolare secondo la quale, poco prima di morire, il cigno intoni d’improvviso una bellissima melodia. Il dolore nel lasciare chi ama trasforma la sua voce da sgradevole (o addirittura assente) a estremamente melodiosa: un’eco che spezza il silenzio e tramite cui l’animale regala al mondo il suo ultimo anelito di splendore.

Da quando sono venuta a conoscenza di questa espressione, di sovente usata in ambito artistico per indicare un’ultima grande composizione, sono stata colpita e affondata dalla sua efficacia. E c’è di più. Da qualche tempo, infatti, il canto del cigno viene associato a un particolare fenomeno chiamato lucidità terminale. Si tratta di un avvenimento definito dal ricercatore biologo tedesco Michael Nahm come la tendenza di chi si trova vicino alla morte ed è dunque non rispondente, a mostrare improvvisamente un netto miglioramento della propria energia e del proprio funzionamento mentale, in atto per minuti o ore. In parole povere può accadere che, mentre una persona è sdraiata sul letto di un ospedale, i suoi affetti sembrino raccogliere le ultime energie per salutarla. Si tratta di un vero e proprio slancio alla vita durante il quale si fa il pieno di sguardi, carezze e parole prima del distacco, che grazie al canto sembra quasi scongiurato ma che poco dopo, proprio come per il cigno, arriva inesorabilmente. C’è chi lo chiama «l’ultimo evviva», a me piace pensarlo più come un arrivederci.

Nella sua particolare delicatezza, tale fenomeno è di certo affascinante e misterioso. Sul suo conto si snodano studi e credenze a cavallo tra due ambiti principali: quello scientifico e quello religioso-astrale. Il dottor Scott Haig, per esempio, ha scritto su Time Magazine* che il fenomeno potrebbe essere collegato alla separazione tra mente e cervello, argomento che divide la scienza e secondo il quale, nonostante la completa morte celebrale, la mente intesa come insieme di collegamenti sinaptici ancora non definiti riesce a manifestarsi di nuovo per un breve lasso di tempo. Una mente, questa di cui si parla, che facilmente sconfina in anima o spiritualità. C’è, infatti, chi trova una spiegazione al canto del cigno in un graduale avvicinamento a Dio, il quale comprende l’ultimo segno di amore verso la famiglia: si tratterebbe in tal senso di un’esperienza spirituale simile alla luce bianca, nel caso specifico con una manifestazione tangibile anche da parte di chi circonda la persona in questione.

Sono molte, insomma, le opinioni che tentano di primeggiare all’interno di un argomento ancora così incerto. Trovare a tutto una motivazione, d’altronde, è sempre stato un cruccio umano, soprattutto quando si tratta di vidimare ciò in cui si crede. Quando mia nonna morì di Alzheimer, passò in ospedale svariati giorni. Fu mio padre ad ascoltare il suo canto del cigno nel momento in cui improvvisamente, dopo giorni di assenza, lo riconobbe. «Sì, però tagliati la barba», gli disse. Era lei: tornata forte, dolce e pungentemente ironica com’era sempre stata. Con questo ultimo pezzo di sé, poche ore dopo, ci lasciò. Il suo canto, da quel momento, lo sento sempre nel cuore e a tutto penso, tranne a trovare un motivo per ciò che è accaduto. Quello che rimane è solo l’atto in sé ‒ in fondo, non è questa l’unica cosa di cui abbiamo bisogno? Un estremo gesto di amore.

* S. Haig, The Brain: the power of hope, “Time Magazine”, 29 gennaio 2007.

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