La rappresentazione di “Habitus” come viaggio nell’animalità convenzionale

L’anno scorso un gruppo di giovani si è riunito per sei mesi, ragionando attorno a un’unica ma essenziale domanda: chi è, o meglio, cos’è l’essere umano? E come mettere in scena la risposta, ossia «una scimmia nuda», per citare un’opera del celebre zoologo Desmond Morris? L’impresa non è stata delle più semplici, ma la sfida è stata colta con entusiasmo da tutto il team del laboratorio di drammaturgia creativa Spaziostudio, composto da Paola Gusmano, la sottoscritta Vera La Rosa, Chiara Manìa, Flavia Monfrini, Carolina Paternò, Silvio Sciarratta e dal regista Andrea Lapi. Tra improvvisazioni, esperimenti drammaturgici e una buona dose di coraggio, è stata così allestita una rappresentazione sperimentale e fuori dal comune, che ha analizzato al vetriolo usi e costumi dell’homo sapiens, per poi debuttare ufficialmente con il titolo di Habitus al Teatro Machiavelli di Catania il 14 e il 15 dicembre 2019.

«Non stiamo andando da nessuna parte»: comincia così il dialogo della parte centrale dello spettacolo, nonché suo cuore pulsante. Esistiamo infatti da ormai 250.000 anni in un pianeta che ha 4.540.000.000 anni, eppure in quanto esseri umani non abbiamo ancora reso davvero giustizia alla nostra esistenza. Dopotutto, che cosa ha realmente senso a questo mondo? Di certo non i nostri traguardi dal punto di vista sociale, bensì qualcosa di più piccolo e ma valore inestimabile, ossia la capacità di legarci ad altre persone, anche solo con un abbraccio. Così, è interessante guardare a chi interpreta la pièce come a delle navicelle disperse nell’etere, irresistibilmente attratte dal nostro pianeta e dalla potenza della forza di gravità, senza un vero obiettivo né una direzione verso cui dirigersi: hanno trascorso anni lontano da casa e a un certo punto riprendono contatto con la civiltà (se di civiltà si può ancora parlare), imparando di nuovo a camminare, parlare, intessere relazioni e, forse, amare.

In scena vediamo dunque inizialmente tre donne e un uomo con abiti eleganti (da qui il titolo Habitus, inteso come abito e abitudine al tempo stesso), che sembrano in procinto di andare a una festa elegante e che trascinano il pubblico tra brani vintage cantati al karaoke, gesti e parole convenzionali, e movenze scimmiesche in dissonanza con paillettes, tacchi e papillon. Chi assiste si ritrova quasi a ridere del loro atteggiamento, specie perché il loro destino sembra quello di vagare sempre nello stesso spazio senza meta, con l’obbligo voluto da chissà quale forza divina a costruire uno schiacciante schema di abitudini e convenzioni. Solo per un breve momento attori e attrici si presentano pronunciando il proprio nome ed elencando qualche loro eventuale abilità: c’è chi sa recitare i versi Leopardi, chi fa volteggi di danza classica o chi è imbattibile con gli scioglilingua.

In fin dei conti, però, quanto sono risolutive queste caratteristiche per l’umanità? Siamo veramente in grado di fare qualcosa di risolutivo, o ci stiamo prendendo in giro nell’attesa che finisca questa vita e che si arrivi a una più definita conclusione? Per amplificare la portata di queste domande, sulla scena chiunque si muove in maniera marziale (e marziana), seguendo linee ben precise, quasi da schieramento militare: il movimento di un braccio è collegato a quello degli altri, così da dare l’impressione di un filo invisibile pronto a muovere ogni arto. Sulle note eleganti di Édith Piaf, intanto, viene scambiato qualche saluto o si comunica con gesti osceni, il tutto senza coinvolgere nessuna mimica facciale né espressione del volto eccessiva, affinché sia il corpo nel suo insieme a comunicare il disturbante straniamento delle quattro scimmie nude sotto ai riflettori.

Il viaggio si conclude poi con un ulteriore interrogativo insistente: come apparirebbe la Terra, vista dalla Luna? Se immaginiamo per un attimo di trovarci sopra il nostro perlaceo satellite, ci sembrerebbe una bellissima biglia azzurra, silenziosa e all’apparenza in pace, mentre dalla nostra posizione abbiamo la consapevolezza del fatto che non sia così. Viviamo su un pianeta abitato da persone spesso incapaci di cooperare tra di loro, che si sentono in competizione e indossano maschere per paura di mostrare ferite e debolezze. Tuttavia, Habitus ci ricorda che una scappatoia (o soluzione) esiste, anche se facciamo finta di non vederla: volere bene. Se ci conoscessimo e riconoscessimo gli uni nelle altre, il nostro peso esistenziale sarebbe infatti più leggero da sostenere, motivo per cui Habitus ha scelto di lanciare questa risoluzione davanti allo stesso pubblico che a volte ne coglie il senso ed esce dalla sala con aria pensierosa, mentre altre volte a fine spettacolo sembra rischiare di non andare da nessuna parte.

Foto: Anthea Ipsale

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