La storia di Omar e Asiya, due giovani migranti con il coraggio di sognare

«La mia storia inizia in un villaggio, ma non è una fiaba. Sono nato in Senegal e lì non esiste il vissero felici e contenti che vorrebbe la gente. È difficile descrivere che cosa si provi nell’incertezza del futuro e nel terrore della guerra. Avevo dodici anni quando i miei genitori hanno deciso di farmi partire. Da solo». Omar è un diciottenne che ama la musica, scrive testi rap ed è ospite al Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) di Mendicino, in Calabria.

«Sono arrivato in Libia e ho trovato la guerra anche lì. Non potevo uscire e restavo in casa con altri amici africani, con i quali condividevo l’esperienza di un sogno da realizzare: salvarmi e vivere dignitosamente». Omar racconta in modo disinvolto la sua esperienza, che definisce «particolare». Mi spiega che in Libia esisteva l’orrore, anche se non obbligavano a lavorare né picchiavano chi aveva la sua età. «Ero piccolo – continua – e non ho conosciuto la violenza sulla mia pelle. A me portavano la colazione, mentre alle persone adulte riservavano percosse e lavori pesantissimi: loro sì che soffrivano».

Sembra mancare un senso di umanità tutte le volte che si punta il dito contro queste storie, raccontate a bassa voce per timore di suscitare il fastidio di chi non riesce a mettersi dall’altra parte. Oltre il mare che divide la paura dalla speranza. «Dopo la Libia, finalmente la Sicilia. Ricordo bene l’accoglienza ad Augusta, la gente era amorevole nei confronti di bambini e bambine, ma non solo. Lo sai, io credo che esistano sempre delle persone pronte ad aiutarti. Credo nell’accoglienza e nell’amore», mi commuove la sua affermazione. Percepisco il calore che ha voluto tenere con sé, nonostante il viaggio atroce. Ha conservato quel briciolo di bene senza lasciare che l’odio mediatico prendesse il sopravvento. Una simile aridità, d’altronde, fa paura: «sono persone che non hanno mai fatto un’esperienza al di là dei loro limiti – spiega Omar – chi conosce la nostra realtà capisce, chi vuole andare a toccare con mano quella morte non ritorna uguale a com’era prima. Ma di certo non possiamo pretendere che chiunque capisca: la mancanza di empatia non la puoi colmare, se non conosci il valore umano, e quello non te lo insegna nessuno».

«Qui a Mendicino ho cominciato a vivere una nuova vita senza dimenticare casa mia. Mi manca terribilmente il mio villaggio, mi mancano mia madre e l’amore della famiglia che non mi ha mai abbandonato nonostante la distanza, mostrandomi sempre il suo amore e la sua presenza. Non tornerò indietro – dice tutto d’un fiato – non ho mai desiderato farlo. Andrò solo a riabbracciare loro, per poi tornare al futuro che voglio costruire lontano dalla guerra». Omar sogna infatti di diventare maître, studia e immagina un avvenire simile a quello di chi alla sua età vive nel mondo occidentale. La sua è la storia di una sana integrazione che, grazie alla passione e alla professionalità di un team volontario e della sua tutrice, Filomena Strazulli, permette di creare una realtà funzionale nelle strutture gestite dal Centro Il Delfino sotto la direzione di da Renato Caforio. Si tratta di un modo nuovo e innovativo di approcciarsi al sociale, che mette al centro l’essere umano puntando in modo concreto sull’abbattimento di barriere, pregiudizi e violenza.

Anche Asiya è fuggita dalla sua terra, dal Sudan e dall’odore di morte. A parte il fratello non le era rimasto nulla, se non i cadaveri della sua famiglia e la disperazione. «Con lui sono scappata dal Sudan e arrivata in Libia. Entravano in casa, puntavano la pistola e cercavano soldi, orecchini, collane. Da noi che non avevamo niente. Portavano fuori gli uomini e li picchiavano. Abbiamo assistito per sei mesi a questa tortura, fino a quando il mio attuale marito ha deciso di scappare insieme ad altre persone. Sulla barca bisognava stare immobili, altrimenti si cadeva in mare». Sembrano storie lontane dal nostro immaginario, eppure la sua voce trema mentre ricorda l’accaduto. Quando le chiedo cosa ne pensa di chi non vuole migranti in Italia, lei sorride e dice che non pensa niente. Allo Sprar di Domanico vive con sua figlia e per lei desidera solo una vita lontana dalla violenza, vorrebbe una casa e la serenità che merita chiunque, senza distinzioni.

«Non sapevo cosa significasse occuparsi di un ragazzo che non era mio figlio – racconta dal canto suo Filomena Strazulli, tutrice di Omar – un mondo che adesso è la mia vita. Questa esperienza mi ha permesso di esprimere pienamente la mia sensibilità nei confronti di persone che soffrono. Omar, con mille difficoltà, per me ormai è come un figlio». Il ruolo di tutori e tutrici, d’altronde, dovrebbe consistere proprio nell’instaurare un legame empatico con chi arriva dall’estero senza l’accompagnamento di una persona adulta e non ha ancora compiuto la maggiore età, sebbene purtroppo non sia sempre così. C’è chi si limita a firmare autorizzazioni, mentre bisognerebbe costruire legami di fiducia e amore incondizionato.

Le storie di Omar e di Asiya hanno un ritmo lento, come lo è il loro tono di voce mentre raccontano il viaggio che hanno intrapreso: bagagli vuoti, dignità umiliata e una vita da ricostruire oltre il mare che divide l’uno e l’altra dalla loro terra. Lezioni di riscatto come la loro ci insegnano, mai come adesso, ad amare e a guardare al di là di ogni facile pregiudizio.

Un pensiero su “La storia di Omar e Asiya, due giovani migranti con il coraggio di sognare

  1. Conosco Omar, è un mio alunno, un ragazzo speciale. E conosco pure Nellina, la sua tutrice, anche lei una persona speciale, come tutti quelli che si prendono cura di chi come Omar è diventato adulto senza essere stato bambino. Grazie di cuore a tutti voi per esserci, e grazie a te Omar per ciò che ci insegni tutti i giorni

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