Come gestire ghosting, zombieing, haunting e altre derive umano-digitali

La prima piattaforma ad averlo reso possibile in gran parte dei Paesi del mondo occidentale è stata quella di Windows Live Messenger, conosciuto comunemente come MSN: se una persona era connessa al servizio di messaggistica istantanea prodotto da Microsoft, tra il suo avatar e il suo nickname a partire dal 1999 un pallino ha preso a segnalarlo ai suoi contatti. Il colore era verde nel caso di stato Disponibile (corrispondente alla volontà di chattare), rosso se Occupato (sinonimo di Non disturbare), arancione se Non al computer (utente in stato di inattività da oltre mezz’ora) e trasparente se Invisibile (online, ma all’atto pratico in incognito).

In ventun anni client simili hanno proliferato e si sono trasferiti su dispositivi più facili da portare con sé, come smartphone e tablet. Adesso, quindi, per essere disponibile basta avere un telefono con accesso a internet, dopodiché viene registrato l’ultimo orario di accesso in chat e, quando si legge uno specifico messaggio, l’azione risulta segnalata da un’apposita spunta di conferma. Ciò significa che disconnettersi da un costante flusso di comunicazione multipiattaforma è difficile, se nel frattempo si devono consultare siti, provider di posta elettronica o servizi cloud per lavoro e per necessità, a meno di risultare scortesi e poco inclini ad assecondare la reattività tipica del nostro tempo.

Una simile abitudine, però, oltre ad avere conseguenze negative in termini di multitasking esasperato, ha come rovescio della medaglia un approccio relazionale non sempre coerente, a tratti schizofrenico, e specialmente soggetto a eccessi di morbosità o di menefreghismo, che stravolgono e ridefiniscono i presupposti di qualsiasi rapporto interpersonale. Secondo un sondaggio pubblicato dal sito di incontri Plenty of Fish, non a caso, su 800 utenti di età compresa tra i 18 e i 33 anni ben l’80% ha subito un’esperienza di ghosting almeno una volta nella vita, ritrovandosi cioè da un momento all’altro a non ricevere più nessun feedback all’interno di una relazione amicale, di coppia o professionale.

Affine, benché non del tutto analogo, è anche il cosiddetto mosting, atteggiamento che spinge una persona a sbilanciarsi nelle esternazioni di affetto fino al giorno in cui, come se niente fosse, raffredda i toni e dirada il più possibile le interazioni. A questi trend in crescita è associato il fenomeno dello zombieing, per il quale la stessa persona che era scomparsa dalla circolazione (virtuale) può, all’improvviso, farsi risentire senza alcuna ragione apparente, creando nuovi scompigli emotivi difficili da elaborare razionalmente. Se ci riferiamo a un rapporto amoroso e a un ritorno parecchio insistente e subdolo, sfociamo nell’orbiting o addirittura nell’haunting, ovvero nell’ultima frontiera dello stalking digitale, che porta ex di tutto il mondo a riemergere per via indiretta attraverso like, visualizzazioni e altre reaction silenziose ai contenuti pubblicati sui profili social dell’altra persona.

Trattandosi di modi di agire relativamente recenti e legati a doppio filo a disagi caratteriali complessi, non è facile prevederne i pattern, né arginarne gli effetti su di sé e sulle persone interessate. Perfino in rete gli approfondimenti informati e profondi scarseggiano, cedendo per lo più il passo ad articoli incentrati su analisi spicciole e consigli superficiali, sulla falsa riga di «Se non ti vuole, non ti merita»* o di «Le migliori distrazioni sono lo sport e la lettura»**. Alcuni portali specializzati in consulti psicologici mirati trattano a propria volta il tema con generica leggerezza (vd. Ghosting: cercare e poi sparire senza dare spiegazioni o Ghosting, 20 segnali premonitori), al punto da spingere a credere che la divulgazione venga troppo spesso confusa con una semplificazione non per forza efficace.

Più utile sarebbe, forse, intervistare qualche specialista, pubblicare un articolo scientifico rivolto a un pubblico comunque eterogeneo o partire dalla propria esperienza per sensibilizzare sull’argomento, nella speranza che, nel frattempo, l’illusoria sensazione di compagnia data da alcuni scambi virtuali si accompagni a una maniera sana di intendere le relazioni – commisurata negli scambi comunicativi, chiara nelle intenzioni e coerente nel tempo. D’altronde, di legami malati e gestiti in maniera immatura e nociva non siamo certo le prime generazioni a fare esperienza, sebbene di fronte a un display forse sì, motivo per cui è doppiamente importante tenere a mente che «non si costruisce un legame se si è assenti» (James Earl Jones), tantomeno se a intermittenza.

* Cfr. Ghosting, se ti lascio ti cancello
** Cfr. Cos’è il ghosting: tutto quello che c’è da sapere

Per approfondire:

Freedman G. et al., “Ghosting and destiny: Implicit theories of relationships predict beliefs about ghosting”, Journal of Social and Personal Relationships, 2018
Koesler R.B., “When Your Boo Becomes a Ghost: The Association Between Breakup Strategy and Breakup Role in Experiences of Relationship Dissolution”, Electronic Thesis and Dissertation Repository, 2018

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