Da Pinocchio ai Grimm, come le fiabe si adattano alla classe dominante

Le fiabe che ascoltiamo durante l’infanzia influenzano profondamente il nostro immaginario, ma le storie a lieto fine e pervase da messaggi edificanti a cui ci hanno abituato sono quasi sempre frutto della manipolazione di una vicenda dai toni più neri. Le versioni originali di molte fiabe, infatti, più che di eroi e di principesse raccontano di bambini che fanno a pezzi la famiglia, vecchie streghe capaci di trasformare una ragazzina curiosa in un ceppo da ardere e madri che abbandonano figli e figlie nel bosco.

Alla fine del 2019, la casa editrice Il Palindromo ha riportato in libreria Pinocchio, storia di un burattino, la versione originale della notissima fiaba. Le differenze tra questa prima stesura e quella che conosciamo sono molte e importanti: nel primo caso, infatti, la vicenda si conclude con la morte per impiccagione del protagonista ed è molto più cupa. Non ci sono fate turchine, c’è però una bambina con i capelli azzurri e il viso «bianco come un’immagine di cera» che sembra uscita da un racconto di Edgar Allan Poe e che, affacciata alla finestra di una casa in mezzo al bosco in una notte di un «buio così buio, che non ci si vedeva da qui a lì», dice: «Sono morta anch’io. Aspetto la bara che arrivi a portarmi via». Non ci sono grilli che fino alla fine vigilano sulla moralità del burattino, dal momento che Pinocchio, infastidito, uccide l’insetto schiacciandolo contro il muro.

Non ci sono diciotto capitoli dopo il quindicesimo e ultimo, in cui Collodi racconta l’inseguimento del Gatto e la Volpe ai danni di Pinocchio come una corsa infinita e cruenta durante la quale il burattino stacca a morsi una zampa al Gatto e si prende due coltellate sulla schiena prima di finire appeso ai rami di una quercia. Nella versione originale, quindi, Pinocchio non sperimenta la trasfigurazione umana e il principio di realtà trionfa di continuo su quello della fiaba – nessun aiutante magico e nessuna redenzione, soltanto un universo dominato dalla cattiva fede e dalla furbizia. Solo nel 1882, un anno dopo la pubblicazione dei primi quindici capitoli sul Giornale per ragazzi, Collodi riprende a scrivere la storia su insistenza della redazione della rivista, che intendeva sfruttare al massimo le potenzialità del racconto, aggiungendo gli episodi del Paese dei balocchi, del pescecane e della trasformazione in bambino vero per regalare al protagonista un destino più felice.

Simile a quello di Pinocchio è il percorso compiuto dalle fiabe dei fratelli Grimm, i due linguisti che tra il 1812 e il 1815 pubblicarono una raccolta di storie appartenenti alla tradizione tedesca ed europea. Nella prima edizione de Le fiabe del focolare, trascritte come uscivano dalla bocca di chi ne serbava memoria, fioccano omicidi truculenti, insidie nascoste all’interno della famiglia e ambientazioni inquietanti, ma presto i Grimm da semplici raccoglitori divennero autori e cominciarono a edulcorare i racconti per marcarne l’intento moralizzatore e assecondare il gusto della borghesia tedesca di metà Ottocento, che chiedeva storie più edificanti per le nuove generazioni.

Succede spesso; fiabe che inizialmente presentano una natura oscura si trasformano in storie più rassicuranti e adatte al costume della classe dominante: le matrigne sostituiscono le madri malvagie e le sorellastre pronte ad amputarsi le dita per calzare le scarpette di cristallo scompaiono. Rileggere – anche e soprattutto ai bambini e alle bambine – le versioni originali, però, permette di riappropriarsi di narrazioni che, invece di consegnare a chi legge una morale esplicita, mettono di fronte a sfide e riti di passaggio comuni a chiunque. Tra coloro che l’hanno analizzata, per esempio, la maggior parte individua nel colore della mantellina di Cappuccetto Rosso un rimando al menarca e alle prime pulsioni sessuali, che nella storia trovano sfogo nella figura del lupo, incarnazione del maschile pronto a tentare l’innocenza di una ragazza ancora ingenua e che nelle versioni più antiche le chiede di spogliarsi prima di divorarla. Non è un caso, tra l’altro, che il loro incontro avvenga in un bosco, tòpos ricorrente nelle fiabe e che in Cappuccetto Rosso rappresenta allegoricamente, da un lato, i pericoli in cui si può incappare quando si cresce e, dall’altro, le possibilità del mondo esterno che incuriosiscono ogni giovane in procinto di lasciare il focolare domestico.

Tutte le fiabe parlano del bosco che, prima o poi, dobbiamo attraversare; di lupi grossi e cattivi che, pur spaventandoci, esercitano un fascino inquietante su di noi; di pressioni consce e inconsce che nei primi anni di età non sappiamo identificare, ma a cui queste narrazioni riescono a dare nome e forma.

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