“Nel grigio, pieno inverno”, il mondo romanì in Peaky Blinders

«Nel grigio, pieno inverno», recitano Thomas Shelby e i suoi fratelli, chinando il capo e fissando la terra gelida. Nel grigio, pieno inverno, per ricordare alle anime dilaniate la vita di fronte alla morte, l’illusione di Dio nelle braccia del destino. La poesia originale, firmata Christina Rossetti, è ormai il leitmotiv di qualsiasi fan di Peaky Blinders, la celebre e pluripremiata serie TV Netflix che narra la scalata al potere criminale della famiglia Shelby. Il telefilm, tra le altre cose, ha destato la curiosità delle comunità romanì, dato che gli Shelby vengono più volte chiamati «gypsies». Vediamo perché.

Innanzitutto, la gang di Peaky Blinders è realmente esistita. Venne fondata a Birmingham negli ultimi decenni del 1800, presumibilmente da operai inglesi, irlandesi e romanichals del quartiere di Small Heath. Chi ne faceva parte era a stento maggiorenne e non nutriva certo l’ambizione politica di Thomas Shelby. All’interno del gruppo, inoltre, non ci si faceva mancare niente: scommesse clandestine, aggressioni, furto, estorsione, truffe, omicidi, teppismo, corruzione di pubblici ufficiali, contrabbando e rapine a mano armata. Quanto al suo nome, secondo il mito, deriverebbe dall’usanza di portare una lama all’interno dei cappelli a visiera con cui si feriva la fronte di ogni target, così da accecarlo o da accecarla nel suo stesso sangue. È verosimile, tuttavia, che questa sia soltanto una leggenda e che Peaky Blinders ricordi invece gli abiti eleganti usati dalla banda. Credenze, miti e superstizioni romanì vengono riprese più volte nel corso della serie: dalla scopa spezzata a metà per scacciare i demoni all’amore per la boxe, dal mondo degli spiriti alle carovane bruciate insieme alle persone defunte. Sorge quindi naturale chiedersi se il mondo romanì sia stato dipinto in modo veritiero, o se si tratti dell’ennesima stereotipazione.

I punti critici della produzione, fondamentalmente, sono due: la lingua e l’appartenenza culturale. Come ha ammesso lo stesso cast, infatti, la lingua dei dialoghi non è un dialetto romanì, bensì una versione molto basica di rumeno misto ad elementi shelta, idioma parlato dalla comunità di travellers irlandese. La correlazione rom-Romania è priva di significato, dal momento che «rom» in romanes significa «uomo», mentre il nome del Paese est-europeo affonda le radici nella storia di una provincia dell’impero romano. Sembra che il regista Steve Knight abbia giustificato tale mancanza affermando di non avere potuto assumere persone esperte di romanes e di essersi affidato alla rete. Una simile dichiarazione suona bizzarra, se si pensa che lo stesso attore protagonista, Cilian Murphy, ha affermato di essersi recato a Birmingham per conoscere membri della comunità romanichals locale al fine di portare in scena una versione più consapevole, tra l’altro per intercessione dello stesso Knight quale amico in comune.

Quanto all’appartenenza culturale, di che gruppo romanì fa parte la gang di Peaky Blinders nella serie? Questo dettaglio non viene mai specificato apertamente: all’inizio si sente parlare soltanto di gypsies, termine con cui in Inghilterra si identificano tanto romanichals quanto travellers irlandesi, per quanto le due comunità siano ben diverse già a partire dalla lingua. Tenendo conto delle poche parole shelta presenti dei dialoghi, si potrebbe supporre che si tratti di travellers, la cui presenza in Gran Bretagna è d’altronde molto forte e che, come gli Shelby e i cugini Lee, sono celebri per l’allevamento dei cavalli. Attenzione, però: la comunità travellers non ha origini rom, mentre in alcune scene (specie nella quinta stagione) la famiglia Shelby afferma il contrario. A un certo punto, per esempio, Polly sostiene: «I am a Queen amongst the Romanies and I too am unavailable» (sono una regina per la comunità rom e nemmeno io sono disponibile), oltre a presentarsi nella prima puntata della seconda stagione con un ciondolo della Madonna Nera. Parliamo allora di travellers o di romanichals?

A differenza del primo punto, per il quale non è facile trovare una giustificazione convincente, è possibile spezzare una lancia a favore di Knight per il secondo: la confusione sull’appartenenza difficilmente potrebbe essere dovuta a un desiderio di stereotipare il mondo rom, quanto piuttosto a una volontà di non scegliere nessun focus specifico. Dopotutto, le origini della famiglia non hanno un ruolo centrale o utile allo svolgimento della trama, e fungono soltanto da cornice. Lo stesso trattamento, per di più, è riservato anche agli altri gruppi sociali, etnici o religiosi del telefilm, nello specifico ebrei, cinesi e italiani: l’attenzione reale è posta sui personaggi, di cui viene offerto un excursus psicologico di altissimo livello. Donne e uomini , a prescindere dalle loro origini, sono non a caso anime tormentate e distrutte – chi dall’esperienza in trincea, chi dalla povertà, chi ancora dalla perdita e dall’assenza. In comune nella malavita hanno solo un groviglio esistenziale fatto di vuoto e solitudine, nonché una sete di riscatto che potere e soldi non riescono a placare. Nonostante la protagonista sia un’intera famiglia, dunque, ogni personaggio vive porzioni di realtà completamente a sé stanti, per le quali sembra che proprio l’incontro umano generi il caos.

In definitiva, da membro della comunità rom, ne consiglierei la visione? Assolutamente sì, a patto di non considerare la serie un punto di riferimento per una ricerca storico-sociale delle minoranze romanì, e con l’augurio che, com’è già avvenuto nella quinta stagione, Knight continui a rendere questa tematica più precisa e veritiera. Per ordine dei Peaky Blinders!

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