“Ti spiego l’eguaglianza”: di white-saviourism, mansplaining e affini

Sulla beneficenza come mistificazione e anestetico della disuguaglianza molto è stato scritto. Tuttavia, anche l’attivismo meno mainstream, quello arrabbiato e fortemente connotato politicamente, non è esente da analoghe forme di ipocrisia; ipocrisia che si manifesta talvolta nei retaggi inconsapevoli di quelle stesse logiche escludenti dalle quali, pur professandosi allies, alcune persone non sanno affrancarsi del tutto, e che finiscono inevitabilmente per trapelare nei discorsi e negli atteggiamenti.

Queste allies, che si incontrano almeno una volta nel corso della propria esperienza di attivismo, sono tendenzialmente strenue sostenitrici di istanze accorate ma depoliticizzate, che passano per una trasformazione in senso egualitario della lingua, la quale lascia tuttavia opportunamente indisturbati i rapporti di forza concreti; aspirano ad affermare valori universali, senza però soffermarsi sulla questione del privilegio; lottano civilmente, avendo cura di condannare ogni espressione di rabbia sociale come inciviltà, maleducazione, estremismo, sposando la stessa retorica che affermano di combattere; predicano e praticano una nonviolenza che non comprendono; e, in generale, rifuggono il dibattito non appena l’inconciliabilità fra le istanze delle soggettività oppresse e quelle dei gruppi oppressori inizia a profilarsi all’orizzonte.

L’atteggiamento di superiorità con cui sentono di dover portare l’emancipazione a quelle che considerano vittime passive è frutto di un lavoro di coscientizzazione incompleto, di una ricerca interiore che ha fallito nel decostruire le strutture mentali dell’oppressione interiorizzate nell’arco della vita. Trapela negli atteggiamenti giudicanti, predatori, sminuenti o pietistici. Questi modi di relazionarsi alle «vittime da liberare» sono vere e proprie forme di colonialismo dell’immaginario, e lasciano impronte bituminose sulle buone intenzioni. Mostrano il loro volto oscuro nel mansplaining dell’amico neofita che si sente in diritto di giudicare l’eredità di decenni di lotte transfemministe dall’alto del suo serafico «La parità sì, ma senza esagerare»; trionfano nell’atteggiamento da white saviour di tante e tanti conoscenti che ad un certo punto hanno deciso di andare in India o in Africa per trovare sé stesse, mai sfiorate dal dubbio che il loro volontariato lifechanging sia, proprio come la smania di accaparrarsi l’ultimo modello di iPhone, un capriccio occidentale.

Questi atteggiamenti presuppongono che l’ally in questione sia maggiormente consapevole, oltre che moralmente più preparata, davanti ai fenomeni di oppressione; e di conseguenza, che la persona oppressa non possa ricevere la propria liberazione se non per suo tramite. Le espressioni che meglio li rivelano tipicamente contengono sia una constatazione del ruolo subalterno delle soggettività oppresse, sia una critica al modo in cui esse vivono, resistono a ed eventualmente combattono la propria situazione di oppressione. Il loro significato suona press’a poco così: «Subìte discriminazioni, è vero, ma se ostentate la vostra sessualità/cultura/religione/povertà/etnia, insomma la vostra identità, in modo così sfacciato, è ovvio che poi …», e in generale, sono tutte quelle espressioni aventi il potere di suggerire alla persona oppressa che le sue catene sarebbero gioielli, se solo sapesse indossarle con grazia.

Sappiamo, sulla nostra pelle prima ancora che razionalmente, come queste forme di «evangelizzazione dei popoli selvaggi» abbiano l’effetto di minare l’autostima di chi lotta per la propria liberazione. Sono ferite inferte a tradimento negli spazi di aggregazione sociale e di lotta volutamente costruiti per essere safe, a opera di individui che si professano solidali, quando non addirittura amici e amiche. Espropriano la persona oppressa della sola area di competenza che le è legittimamente riconosciuta: quella del proprio universo di esclusa, fatto di pratiche di resistenza e di sperimentazioni di forme di espressione sostenibili. Costituiscono forme di repressione estremamente subdole, perché mascherate e prodotte da buone intenzioni.

Denunciarle ci fa apparire intrattabili, paranoiche e incapaci di accettare una critica, perché sono una di quelle forme sfuggenti dell’ingiustizia che possono essere praticate con benevolenza; e, come il fardello dell’uomo bianco di Kipling, il loro peso invisibile ricade su coloro a cui vengono dispensate sotto forma di magnanimità.

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