Uno sguardo umano nel mondo digitale, intervista ad Alice Avallone

In questi giorni più che mai ce ne stiamo rendendo conto: concentriamo molto della nostra vita, delle nostre relazioni e perfino delle nostre speranze in rete. «In fondo, anche dietro a uno schermo, siamo innanzitutto persone», ci dice Alice Avallone, che studia l’etnografia digitale applicandola al suo lavoro di ricercatrice di insight e consulente di strategie digitali per le aziende. Alice è anche coordinatrice del College Digital della Scuola Holden e gestisce BeUnsocial, rivista online di antropologia digitale che ha lanciato la challenge #25giorniacasa. L’abbiamo intervistata per parlare con lei di questi e altri argomenti.

Alice, partiamo dall’inizio. Cos’è l’etnografia digitale e perché il suo approccio può cambiare il modo di intendere il marketing “tradizionale”? 

«Più gli algoritmi ci restituiscono dati, più c’è bisogno di nuove chiavi di lettura per interpretarli. Per trovarle, non serve l’intelligenza artificiale di una macchina, ma la sensibilità e la capacità di ascolto umana. Ecco allora che entra in gioco l’etnografia digitale, un metodo di ricerca che indaga i perché dietro ai numeri. Il marketing più tradizionale ha sempre dato priorità al chi, cosa e come. Lavorare sui perché significa scendere più in profondità, per capire meglio i bisogni, i desideri e le paure. In fondo, anche dietro a uno schermo, siamo innanzitutto persone».

Cosa pensi sia importante riscoprire affinché ci sia una comunicazione più vicina ai reali bisogni delle persone?

«Penso che ci sia da fare una profonda riflessione riguardo il valore dell’autenticità, che negli ultimi mesi era in cima della lista dei buoni propositi della maggior parte dei brand e delle agenzie di comunicazione. Le persone hanno bisogno di una relazione online senza filtri e fiocchetti in queste settimane, e ne avranno bisogno anche (e soprattutto) dopo. Niente sarà come prima quando finirà l’emergenza, tantomeno la comunicazione superficiale e fin troppo patinata alla quale c’eravamo abituati. Le aziende saranno chiamate a dimostrare di capire davvero chi siamo diventati e le nostre nuove esigenze».

Con BeUnsocial hai lanciato in questi giorni #25giorniacasa, con cui ogni giorno si suggerisce a chi vi segue di condividere un’azione diversa. Come hai scelto le azioni e qual è lo spirito della challenge?

«Quando le ho scritte, ho pensato a cosa avrei voluto fare io nella mia quotidianità, dal consigliare una serie tv da guardare a mettere in ordine finalmente la mia dispensa. A prima vista possono sembrare gesti banali, ma è proprio così che stiamo imparando di nuovo ad apprezzare le piccole cose, i nostri spazi e il nostro ritmo. Serve un cambio di prospettiva il sacrificio di restare a casa deve essere vissuto come un’opportunità irripetibile di ritrovare noi stessi. Con BeUnsocial abbiamo aperto anche un questionario sul futuro, e leggere le risposte delle persone è davvero commovente. Raccontano di noi più di qualsiasi altra cosa in questo momento: i sogni, le mancanze, ma soprattutto i buoni propositi».

In questi giorni i social sono diventati il teatro di tutti i nostri sentimenti: comunichiamo di più e mettiamo in rete pensieri positivi e negativi. Da etnologa digitale, quale pensi sia il profilo che si stia delineando? Ci sono differenze tra fasce di età o categorie?

«In questi giorni sto raccogliendo diversi segnali deboli intorno alle conversazioni e ai contenuti visivi che prendo in esame e il quadro è incoraggiante, su tutte le fasce di età – dai boomer su Facebook ai giovani della Generazione Z su TikTok. Siamo già cambiati: siamo più generosi, meno lamentosi, più genuini. Nel mio abbecedario dei cambiamenti in corso, ho inserito anche una mia speranza: dobbiamo imparare a essere fieri, a non sottovalutarci e a non sminuirci, ad amarci – anche con tutti i nostri difetti. Come persone sì, ma anche come collettività. Si parla tanto di sentirsi bene nel proprio corpo, di accettare le imperfezioni; iniziamo a farlo anche come italiani. Basta sentirsi Cenerentola d’Europa e del mondo».

Pensi che questo periodo possa davvero condurre a un rinascimento sociale e culturale?

«Sì, sono convinta che ci sarà una svolta decisiva, ma più che un rinascimento, ci sarà una nouvelle vague, che vorrà catturare “lo splendore del vero” come nel cinema nato sul finire degli anni Cinquanta. Niente proiettori, niente costose attrezzature, niente complesse scenografie: torneremo all’essenziale, senza filtri».

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