A che è servito il #Dantedì ai tempi del coronavirus?

Io partivo scettica, ve lo dico. Fin da quando il governo ha istituito questa giornata in onore di Dante Alighieri il 25 marzo (e non è un caso), ho pensato che sarebbe stata una buffonata. Mi è sembrata una celebrazione nuova che avrebbe puzzato di vecchio. Si tratta di un autore arcinoto, specialmente in Italia, a che scopo quindi dedicargli una data del calendario? Adesso ve lo racconto, ma prima concedetemi un piccolo spoiler: alla fine, sull’iniziativa, mi sono ricreduta.

Partiamo dall’inizio. A me la Divina Commedia piace da quando avevo cinque anni e mio nonno materno me la recitava esortandomi a impararla a memoria. A tutt’oggi ricordo i primi sessanta versi del primo canto dell’Inferno e quasi tutto il quinto canto, per non parlare di qualche passo in cui prendono la parola il conte Ugolino o Pia de’ Tolomei. I sonetti li ho scoperti al liceo, invece, quelli di invettiva e quelli giocosi, quelli d’amore e quelli sulla politica del suo tempo: uno più mirabile dell’altro. Se il #Dantedì non mi convinceva, dunque, non era per un’avversione personale nei confronti dell’autore, al contrario. Avevo paura che non lo si valorizzasse abbastanza in ottica divulgativa, che la solita cricca di gente appassionata avrebbe continuato a cantarsela e a suonarsela, senza riuscire ad affascinare un pubblico più vasto con delle proposte coinvolgenti. Un po’ come quando c’è la fiera del fumetto di turno e a partecipare sono schiere di nerd e fan, non neofiti.

«La divulgazione deve infatti fare i conti con questi due problemi, che richiedono competenza e immaginazione: cioè da un lato comprendere nel modo giusto le cose, interpretandole adeguatamente per trasferirle in un diverso linguaggio: dall’altro essere non solo chiari ma anche non-noiosi, pur mantenendo integro il messaggio (anzi, non aver paura di esser divertenti: l’umorismo è uno dei compagni di strada dell’intelligenza). Per queste ragioni, paradossalmente, si può dire che è più difficile… essere facili», sostiene non per niente Piero Angela a pagina 47 del suo Viaggio nella scienza. Per fortuna, però, mi sbagliavo. I palinsesti televisivi e radiofonici hanno ospitato documentari, letture, interviste, approfondimenti e veri e propri sceneggiati dedicati alla Divina Commedia, mentre lavori interattivi e laboratori digitali hanno invaso pagine Web e social network da nord a sud. Sono intervenuti il MiBACT, l’Accademia della Crusca e gli Uffizi di Firenze, ciascuno a modo proprio, ma in maniera frasca e variegata. Le scuole e le università erano chiuse a causa dell’emergenza coronavirus e, nonostante questo, docenti dell’intero Paese hanno coinvolto centinaia di classi in progetti interessanti, alla cui sommità spicca un concorso multimediale del MIUR dedicato alle scolaresche di ogni età. Questo, comunque, probabilmente lo sapevate già.

Quello che soprattutto io non potevo sapere e che ho appurato strada facendo e che ha funzionato. L’ho capito quando ho notato certe condivisioni, quando sono risalita a foto, a illustrazioni o a Instagram stories inimmaginabili tramite l’hashtag dedicato, quando ho notato molte persone nella mia cerchia di contatti virtuali parlare di argomenti che di solito non affrontano, e farlo con entusiasmo. Con commozione, oserei anzi dire, proprio come qualsiasi neofita che abbia deciso di comprare un ingresso al Comicon di turno per vedere di nascosto l’effetto che fa. A giudicare dalla risonanza pubblica, dal numero di share e di like, dalla mobilitazione dal basso, oltre che istituzionale, l’effetto è stato dirompente, positivo, utile. E la constatazione di avere avuto torto non ha mai avuto un sapore tanto dolce.

«Questa prima edizione avviene in un momento particolarmente difficile», ha osservato oltretutto Dario Franceschini, facendosi portavoce del Ministero per i beni e le attività culturali. «Dante è la lingua italiana, è l’idea stessa di Italia. Ed è proprio in questo momento che è ancor più importante ricordarlo per restare uniti» e unite. Se risulta incoraggiante pensare a una nazione riunita sotto gli stessi versi, pronta a riscoprire la grandezza intuitiva di un erudito autorevole e capace di stupirsi ancora per un guizzo creativo, significa che la diffusione della cultura si sta aprendo anche a chi non necessariamente possedeva già gli strumenti per partecipare al #Dantedì. Significa che abbiamo ancora un margine di crescita e approfondito in un posto nel quale, su una popolazione di 60 milioni, il 47% delle persone di età compresa tra i 16 e i 65 anni risultava ancora nel 2019 analfabeta funzionale.

In altre parole, il 25 marzo non è il giorno in cui l’Italia si mette in tiro per i suoi trascorsi letterari, non è il giorno in cui un gruppo di gente esperta si riunisce con altra gente esperta per una celebrazione volgarmente elitaria, che nulla ha da comunicare ai restanti 7 miliardi di persone al mondo. Viceversa, diventa un’ottima scusa per fare divulgazione senza apparire snob e per lasciarsi ispirare da una delle più illustri firme della storia culturale nostrana. Come ancora una volta nota Piero Angela nella pagina di cui sopra, infatti, «rimanendo nel vago e nell’ambiguo, si riescono più facilmente a mascherare i buchi. Invece, quando si è obbligati a esser semplici, bisogna dimostrare di aver capito davvero. Anzi di essere arrivati al nocciolo della questione e di averne individuato i meccanismi». Il che, a conti fatti, è la conquista più straordinaria tanto per chi insegna quanto per chi impara.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *