Cos’è l’universale maschile e perché evitarlo è un progresso linguistico

Per universale maschile si vuole intendere la tendenza linguistica ad attribuire declinati al maschile termini che invece si riferiscono sia al genere maschile che al femminile. Alcune realtà giornalistico-letterarie (tra cui la rivista sulla quale si legge questo articolo) hanno deciso di allontanarsi da tale abitudine: la parola «tutti», per fare un esempio, non verrà mai utilizzata da queste ultime, ma al suo posto un sostituto candidabile potrebbe essere «tutte le persone», oppure «tutti gli uomini e tutte le donne».

La retorica ingannatrice delle etichette, delle quali si taccia qualsiasi situazione o riflessione (politica, etica o sociale che sia), insulta contestualmente la capacità di partorire pensieri complessi da parte di chi parla e la capacità di ricezione degli stessi da parte di chi ascolta, camuffando, dietro l’intenzione di semplificare, quella di scarnificare fino all’osso un pensiero invece robusto, grasso, quasi obeso di significato. Non basta dire che la lingua italiana sia maschilista: è riduttivo, contingente e soprattutto non serve a niente. Si deve invece dire che la lingua italiana si è evoluta da quella latina e soprattutto da quella greca, le quali a propria volta si confanno a quella indoeuropea: la lingua indoeuropea riconosceva il genere maschile come elemento non marcato, mentre quello femminile come marcato. Per fare un esempio, se una parola viene detta o scritta con una lettera in più (o con una lettera diversa) rispetto alla sua forma standard, la forma con la lettera in più è quella marcata (marcata appunto da una lettera aggiuntiva), la forma standard è quella non marcata.

Questo principio della marcatura, ora si può dire, cela un presupposto maschilista: la necessità di marcare una parola significa esulare in minima parte da una forma standardizzata, quasi a simboleggiare una diversità meno probabile, meno “standard” appunto. Il fatto di intendere il genere femminile come elemento marcato, quindi come fuori dallo standard, sì, è un presupposto maschilista. «I linguisti sono soliti argomentare che ciò non implica discriminazione o mancanza di rispetto nei confronti delle donne, e che si tratta di un mero fatto tecnico senza rilievo ideologico. […] Queste argomentazioni, però, sono insoddisfacenti per i femministi, che sono soliti contrattaccare chiedendo perché sia proprio il maschile e non il femminile il termine non marcato. E in realtà hanno in parte ragione. Se la lingua è la materia prima del pensiero, è difficile non pensare che il fatto che la nostra famiglia linguistica sia stato scelto il maschile come genere non marcato non abbia alcuna implicazione ideologica»*.

La lingua greca e quella latina (nel caso – per esempio – degli aggettivi a due uscite, che assorbono la forma al femminile esprimendosi solo in quella maschile), e di rimando quella italiana, hanno solamente ereditato il suddetto aspetto indoeuropeo. E tuttavia, in che misura una società di cinquemila anni fa può essere inquadrata in etichette contemporanee? La primordialità di una società ne tradisce anche l’ignoranza, quindi è in sé illogico tacciare una società primitiva come maschilista: basta dire la prima, cioè che è primitiva, non sviluppata. Tutto questo non ha niente a che fare con il maschilismo. Esulare dall’universale maschile non vuol dire essere anti-maschilista o femminista, ma riconoscere alla lingua italiana una derivazione da lingua indoeuropea che però è rimasta al suo stato primordiale, primitivo, ancestrale, e della quale è necessario che si liberi. Una rivista come Light Magazine, dunque, non è femminista, bensì moderna, critica.

È chiara la riflessione subitanea che potrebbe soggiungere: parlare specificando ogni genere significa pesare le parole più di quanto non si faccia già. Si potrebbe riconoscere che la comodità e l’economia della lingua possano essere inficiate: a ognuno e a ognuna la liceità di parlare come vuole (ma non quella di sgrammaticare); ciononostante, un riconoscimento a chi veicola messaggi anche attraverso la lingua, nella convinzione che non solo ciò che si pensa influenzi ciò che si dice, ma che anche ciò che si sente dire e la maniera in cui lo si sente dire pesino su ciò che si pensa.

Ciro Terlizzo

* F. Villar, Los indoeuropeos y los orìgenes de Europa. Lenguaje e historia, II ed., Madrid, Gredos, 1996, p. 288

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