Il settore della ricerca in bilico tra scienza e politica

Serviva arrivare a uno stato di pandemia per rivalutare positivamente l’importanza della ricerca scientifica italiana e riconsiderare gli investimenti sulla sperimentazione? Con quanta facilità si può passare, nel giro di pochi giorni, da una sfiducia quasi totale nella scienza a una sconsiderata sopravvalutazione delle possibilità che essa ha di trovare un’immediata risoluzione a un problema di interesse globale? L’Italia sembra aver dimenticato da parecchio tempo il suo florido passato come culla del metodo scientifico, ritrovandosi agli ultimi posti in Europa per numero di impieghi nelle professioni della scienza e della tecnologia. I continui tagli ai finanziamenti per la ricerca biomedica e i provvedimenti legislativi sempre più penalizzanti hanno di fatto contribuito alla diffusione irrazionale di un sentimento antiscientifico. Come se il mestiere di chi fa ricerca non fosse già sufficientemente spinoso, come se la gente ignorasse le reali fatiche di una professione capace di farti provare soddisfazioni immense o di sfumare, entro un vetrino da microscopio di circa 26×76 mm, i tuoi obiettivi di carriera.

La dura verità è che all’Italia giovane, sempre lavoratrice e piena di entusiasmo, nonostante gli ostacoli burocratici ed economici, si sta dando voce solo adesso, in piena emergenza sanitaria. Spesso e volentieri gli orientamenti degli italiani sono andati contro le vittorie ottenute in ambiti quali la biologia, la medicina, la chimica e l’ingegneria da persone sottopagate forse perché le loro competenze non erano prima considerate di vitale importanza per il futuro del nostro Paese, sebbene esistesse l’articolo 9 della Costituzione a tutela del diritto di fare ricerca. A conti fatti la stasi della ricerca pubblica è equiparabile alla regressione nel mondo della scienza e stiamo iniziando a vederne le conseguenze. «Ma se questo non è un Paese per scienziati, cosa facciamo noi perché torni ad esserlo? Quanta responsabilità abbiamo nell’accettare che la Scienza sia squalificata, processata, manipolata, svenduta, sotto-finanziata?», si domanda non per niente Elena Cattaneo in Ogni giorno. Tra scienza e politica.

La senatrice a vita continua in questo momento a rimarcare i danni che un oggetto animato più piccolo di 160 nanometri può creare in un Paese senza ricerca. Non ha mancato di sottolineare, infatti, la necessità di passare alla sperimentazione animale per capire la patogenesi del coronavirus. Arrivata l’autorizzazione dal Ministero della salute, la Takis (società biotech di Castel Romano) ha subito annunciato di essere pronta a testare il suo vaccino contro il covid-19 sui modelli pre-clinici. Il loro ambizioso progetto nasce in collaborazione con l’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani, primo laboratorio ad avere isolato una sequenza parziale del virus che è stata già depositata nella banca dati GenBank. L’azienda è pronta a far partire la sperimentazione sui topolini e ha lanciato una raccolta fondi sul sito GoFoundMe per provare ad accorciare le tempistiche effettivamente necessarie per arrivare sull’uomo. L’iniziativa è stata ampiamente sostenuta sui social da diversi personaggi eminenti, tra cui Simone Cristicchi, però nessuno di loro si è chiesto come mai proprio la Takis, finora quasi del tutto sconosciuta in Italia, sia finita sotto i riflettori. In realtà, l’azienda si è immediatamente mobilitata sulla base di diverse esperienze pregresse già maturate nel campo dell’immuno-oncologia, in particolare col progetto di vaccinazione terapeutica personalizzata contro il cancro presentata alla European Health Catapult del 2019 (competizione in cui aveva ottenuto un posto in finale).

Ad aggravare la situazione le modalità di informazione mediatica che rendono soltanto più difficoltosa la distinzione tra gente professionista e ciarlatana. A pensarci bene, neppure i media si sono mai preoccupati di raccontare i fallimenti e le conquiste scientifiche di chi fa ricerca in qualità di insuccessi e traguardi raggiunti dalla comunità. Persino in questo periodo di grandissima confusione scientifica il messaggio da comunicare si riduce al nocciolo, con l’unico fine di suscitare clamore, e si tenta di trasmettere soltanto il risultato, senza soffermarsi sul percorso condotto per raggiungerlo. La sciatteria della divulgazione non avvicinerà di certo la scienza al pubblico, soprattutto se si riportano i fatti in maniera apodittica senza conoscere, né esplicitare, gli attuali limiti della conoscenza scientifica in merito a una materia di cui non si sa moltissimo, come la Sars-Cov2.

Se confrontassimo la scarsa letteratura scientifica disponibile sui coronavirus con la quantità di ricerche condotte nelle ultime settimane, noteremmo una divergenza enorme che, in un momento in cui l’obiettivo primario è indiscutibilmente quello di trovare una logica alla pandemia, alimenta soltanto la diffusione di dati parziali non immediatamente verificabili e verità frammentarie. Riflettiamoci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *