Non mi offendo perché non mi arrendo: trisomia 21 e umiliazioni in TV

Era il 2017 quando Marco Travaglio pronunciava nella trasmissione Otto e mezzo la frase «Andate pure avanti a trattarli come mongoloidi», ma da quel giorno si è imparato poco. Di recente, infatti, in altre due trasmissioni televisive sono stati usati i termini «down» e «mongoloide» in modo offensivo: la prima volta è capitata a una concorrente del Grande Fratello Vip, mentre la seconda è stata la nota Amanda Lear, che mentre era ospite a L’Assedio ha pronunciato la frase «Sono una mongoloide». Se i programmi Mediaset ci hanno già abituato a eccessi e volgarità, di certo in un contesto culturale e di informazione come il programma di Daria Bignardi l’accaduto diventa un fatto grave.

In entrambi i casi il fenomeno è sinonimo di ignoranza e violenza verbale. Come si poteva immaginare, quindi, tali affermazioni hanno colpito al cuore più di una persona, tra cui l’atleta paralimpica Nicole Orlando, che con un video postato su Facebook ha condannato l’uso della parola «down» come un insulto, quando l’aggettivo identifica comunemente la trisomia 21. Sia «down» che «mongoloide», ma anche «idiota» e «imbecille», sono termini legati alla sfera medico-scientifica, cioè etichette diagnostiche che comunicano rapidamente una condizione patologica dovuta a una serie di sintomi comuni. Di conseguenza, il termine «idiozia», per esempio, viene usato per indicare un ritardo mentale grave facente parte delle oligofrenie. Perché, allora, dal gergo medico queste parole sono diventate offensive? Perché, come è successo per molte altre nel corso del tempo, hanno subìto un cambiamento semantico. Il problema scaturisce quando la voce in questione, prima neutra, con l’utilizzo pubblico e comune assume anche una sfumatura dispregiativa: l’uso improprio del termine ne modifica quindi il senso, allontanandola sempre di più dall’ambito diagnostico.

Come se non bastasse, per decenni la disabilità è stata considerata una piaga della società da nascondere volutamente, a causa della quale molta gente si è ritrovata emarginata e privata di ogni dignità. Fino a non troppi anni fa, non a caso, l’accesso all’istruzione era più unico che raro e, di conseguenza, la politica non lavorava per eliminare certe barriere architettoniche e per creare un mondo di inclusione, rispetto a quello di esclusione radicato nella nostra cultura. Col passare delle stagioni, grazie alla nuova generazione di genitori di figli e figlie con disabilità, stiamo assistendo a un cambiamento volto a intervenire per assistere e tutelare gli individui disabili, anche se ciò ha intaccato ben poco la cultura dell’integrazione e del controllo delle disuguaglianze. Per fortuna, dall’altro lato, si sta anche contando sul sempre maggior impegno sociale su questo fronte, che rende raggiungibili sempre più traguardi personali e collettivi.

Tra loro spicca Pablo Pineda, prima persona affetta dalla sindrome di down a laurearsi in Europa, oltre a essere un premiato attore (consigliata la visione di Yo, también, una storia d’amore tra un ragazzo down e una ragazza normodotata). Tim Harris, americano, è invece proprietario di un ristorante il Tim’s place, mentre l’irlandese Kate Grant e l’australiana Madeline Stuart sono diventate due modelle. Né si può non citare la piccola Alba Trapanese, adottata da un papà single di nome Luca e la cui storia è rimbalzata su tutte le testate giornalistiche. Proprio in Italia, inoltre, la corona d’alloro è stata indossata da più di una persona, tra cui Giulia Sauro e Gianluca Spaziani, così come l’attore Lorenzo Sisto è stato protagonista del film Mio fratello rincorre i dinosauri, tratto dall’omonimo libro di Giacomo Mazzariol. Gabriele Di Bello è invece l’attore principale della fiction RAI Ognuno è perfetto e, se non tutti sono attori e non tutte sono modelle, esistono comunque molti enti di riferimento a cui rivolgersi – uno fra tutti è la Fondazione Italiana verso il Futuro, che si occupa di creare delle case famiglia dove chi ha la sindrome di down possa vivere in autonomia.

Ciò ci ricorda che, se è facile concentrarci su quello che persone affette da una disabilità non riescono a fare, l’approccio determinante per le loro vite consiste, in realtà, nel raccogliere le loro capacità e trasformarle in occasioni. Ecco perché continuo a chiedermi come si possa usare il termine «down» allo scopo di offendere: se mai dovesse capitare a me di essere presa per una mongoloide, credo proprio che risponderei «Magari!».

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