Telegram e dintorni: come si declina la tutela della privacy negli spazi virtuali?

Risale a pochi giorni fa la denuncia da parte del magazine Wired dell’esistenza di un voluminoso network su Telegram adibito a pratiche che sono state definite «stupro virtuale», la cui diffusione ha provocato un’esplosione di indignazione e rabbia. Questo ennesimo episodio ha evidenziato la necessità di un dibattito serio sulla persistenza, nella nostra società, di una cultura dello stupro che si nutre di linguaggi disumanizzanti e che in ultima sintesi prepara il terreno alla violenza diretta su donne e minori.

È forse meno noto che la piattaforma Telegram si presta meglio di altre alla proliferazione di questo tipo di contenuti, perché per sua stessa configurazione risulta estremamente efficace nel garantire l’anonimato di chi la utilizza. In breve: Telegram, come del resto altre piattaforme virtuali, ha scelto di dotarsi di una policy di tutela della privacy molto stringente, che rende difficile anche alla stessa autorità giudiziaria risalire all’identità di chi dovesse rendersi responsabile di reati come quelli citati.  Questa sua caratteristica, che lascia purtroppo la porta aperta a coloro che si servono della piattaforma per perpetrare abusi come il revenge porn, ne fa anche uno fra i social più utilizzati dalle attiviste e dagli attivisti che operano nel contesto di regimi repressiviNei Paesi in cui esprimere dissenso politico o diffondere notizie che mettono in cattiva luce il governo comporta il rischio di subire minacce e violazioni dei diritti civili, o addirittura atti di tortura ed esecuzioni extragiudiziali, disporre di uno spazio virtuale di socializzazione e di condivisione non sottoposto al controllo dell’autorità governativa (o di agenti parastatali) assume un’importanza cruciale.

Anche per chi vive in contesti nei quali la libertà di espressione è adeguatamente tutelata, tuttavia, non è difficile comprendere come il diritto alla privacy sia un prerequisito essenziale per l’integrità fisica e la dignità personale. Da anni, non a caso, numerosi movimenti della società civile denunciano la diffusa tendenza degli Stati a imporre misure di sorveglianza indiscriminata (mass surveillance) e profiling, a partire dai dati ricavati dai social e dai siti che usiamo quotidianamente*. Se a prima vista la prospettiva della vigilanza a tappeto può sembrare rassicurante (a chi non piacerebbe che la procura fosse in grado di risalire con un semplice click all’identità di coloro che compiono reati informatici gravi?), non dobbiamo farci illusioni su questo modello panottico di sorveglianza: alla vaghezza del suo obiettivo dichiarato («proteggere la società»), corrisponde in concreto un monitoraggio delle preferenze dei singoli individui, al fine di poterne intercettare e indirizzare le scelte sia politiche che di consumo (il caso di Cambridge Analytica è emblematico in questo senso). Non è dunque affatto difficile capire perché il tema del diritto alla privacy negli spazi virtuali sia fra i più problematici del nostro tempo.

L’odierno concetto di privacy viene sviluppato e si diffonde con il passaggio alla società borghese; il termine «privato» sta ad indicare quella sfera della vita sottratta alla dimensione pubblica, ossia tutto ciò che le persone sono e fanno entro le mura di casa. Questa concezione muove dall’assunto che esistano luoghi nei quali la vita non deve essere soggetta ad alcun controllo esterno, zone franche sulle quali l’autorità pubblica non ha giurisdizione. Con l’avvento dell’età contemporanea, il suo significato diventa tuttavia sempre più problematico. Oggi, infatti, sappiamo che l’idea di una scissione netta fra queste due dimensioni dell’esistenza è quantomeno ingenua: nella vita privata e nelle relazioni interpersonali, i rapporti di forza che caratterizzano la società sul piano economico, culturale, sociale e politico – che caratterizzano, in breve, la vita pubblica tendono a riprodursi fedelmente. L’ambiguità che permea la concezione classica della vita privata riaffiora inevitabilmente nei dilemmi etici che ci poniamo quando parliamo di diritto alla privacy. Dilemmi che si fanno ancora più complessi nell’ambito dei social media, spazi virtuali dove confluiscono pubblico e privato, informazione libera e sorveglianza di massa, conflitto sociale e intimità.

È probabile che manchi ancora una consapevolezza profonda delle nostre responsabilità e dei nostri diritti come utenti di questi spazi. Come per la violenza di genere, abbiamo disperatamente bisogno di un’adeguata educazione all’ uso di Internet, di una rivoluzione culturale che affermi la centralità della dignità umana nei nostri stili di vita e di relazione. Perché i comportamenti dei singoli individui, compresi quelli prevaricatori, sono quasi sempre figli ed eredi della cultura che ha reso possibile immaginarli.

* Altre informazioni, report e approfondimenti al riguardo sono consultabili sul sito della ONG britannica Privacy International.

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