Quel “dialetto” di Elena Ferrante che non piace alla TV

A fine febbraio, poco prima che chiudessero tutto, ho partecipato a un seminario sull’accessibilità nei media e in particolare sull’audiodescrizione per persone con impedimenti alla vista. Non l’avessi mai fatto. Per quanto interessante fosse l’argomento, e per quanto quel workshop mi abbia dato il polso di quanto indietro siamo in materia di accessibilità in Italia, ho, purtroppo, anche assistito a quella che credo ricorderò per sempre come la battuta più infelice dell’umanità.

Per farla breve si parlava dell’adattamento televisivo de L’amica geniale e di come il suo essere recitato per gran parte in vernacolo partenopeo e reso fruibile al resto della popolazione italofona per mezzo di sottotitoli avesse posto non pochi problemi a chi ha lavorato alla sua audiodescrizione; indi questa signora si è scagliata indispettita contro l’uso dei dialetti in televisione, arrivando ad affermare che «La TV di Stato deve occuparsi solo dell’italiano, altrimenti è una TV leghista». Allo sbigottimento che ha attraversato la sala ha rincarato la dose affermando che: «Certo, già a stento riusciamo a leggere i sottotitoli in italiano, lo Stato non può pretendere che impariamo un’altra lingua». Crivellato nell’orgoglio meridionale, mi sono alzato e me ne sono andato.

Ora, senza addentrarmi troppo in gineprai politici, vorrei riflettere sull’importanza dei dialetti e della loro rappresentazione. Prima di entrare nel cuore del nostro ragionamento, però, bisogna capire cosa si intende per dialetto. Purtroppo non esiste accordo nella comunità scientifica sulla definizione di dialetto, ma di solito si prende come fattore discriminante il prestigio di una varietà linguistica sull’altra. I motivi per cui una varietà linguistica assume maggiore rilevanza rispetto alle altre possono essere molteplici, ma sono generalmente di natura storico-politica: quando si forma un’entità statale, quasi sempre per ragione di una guerra, chi vince decide la lingua ufficiale, mentre le varietà locali, più o meno linguisticamente distanti, vengono retrocesse a dialetto.

Una volta capito che cos’è un dialetto, proviamo a capire che cos’è l’italiano. In tal senso fu profetico Pier Paolo Pasolini nel capire come nasce una lingua nazionale in un territorio unito solo burocraticamente. Correvano gli anni ’60, la Repubblica era ancora giovane e la RAI aveva iniziato da poco le trasmissioni televisive. Tra i programmi più importanti della programmazione c’era sicuramente Non è mai troppo tardi, una vera e propria lezione telematica ante litteram in fascia preserale, condotta da Alberto Manzi con l’obiettivo di aumentare i livelli di alfabetizzazione del Paese e riuscire là dove non era arrivata la scuola nei 100 anni precedenti. Un programma fondamentale soprattutto dal punto di vista programmatico, perché incarnava la volontà dello Stato di riunire tutti i cittadini e tutte le cittadine sotto il cappello di un’unica lingua. Come diceva appunto Pasolini, l’italiano era esistito fino ad allora solo come lingua letteraria, mentre da Milano a Palermo la quasi totalità della popolazione continuava a usare il rispettivo dialetto. Fu proprio la televisione, nel giro di 10 o 20 anni, a diffondere una nuova varietà standard: quella della capitale economica del Paese.

Finita la fase di italianizzazione forzata (se così si può dire) della popolazione, la situazione in cui ci troviamo oggi è diametralmente opposta. Sono rimaste pochissime le persone non in grado di interagire nella lingua standard, mentre sono sempre di più quelle che abbandonano l’uso del dialetto, soprattutto tra le generazioni più giovani. La televisione non ha più quel ruolo di alfabetizzazione e di araldo della lingua franca, non è cioè più necessario che la programmazione si preoccupi esclusivamente della lingua standard. Cancellare dalla programmazione nazionale qualsiasi forma di deviazione dallo standard porterebbe all’invisibilizzazione di vernacoli che non solo sono più antichi dell’italiano contemporaneo, ma portano sulle proprie spalle la storia e la cultura di un popolo. Il rischio, insomma, è che per creare una cultura dell’Italia unita si cancelli la storia delle Italie passate.

Il rischio o, a voler pensare male, la volontà. Perché di questa forma di colonialismo culturale abbiamo esempi illustri nel passato, primo tra tutti quello dell’impero inglese. Quando la Compagnia delle Indie Orientali arrivò nelle varie colonie, portò con sé forme istituzionali, apparati burocratici, spesso infrastrutture, ma anche una lingua. Clamoroso tra tutti è il caso dell’India, dove venne avviato un processo di scolarizzazione selvaggio (perdonatemi l’ossimoro) il cui l’obiettivo, palese per quanto non dichiarato, era quello di cancellare le lingue indiane dal sub-continente asiatico. Certo, per favorire l’amministrazione, ma anche per cancellare una tradizione letteraria di 3000 anni, di gran lunga più antica e radicata di quella portata dall’impero coloniale. Una nuova generazione di sudditi e suddite incapace di comprendere la lingua sarebbe stata una generazione senza accesso alla storia del proprio popolo. Una generazione senza identità, quindi, che per forza di cose avrebbe dovuto assumere l’identità di chi l’aveva appena colonizzata.

Quando parliamo dell’opportunità di rappresentare i dialetti in televisione, allora, chiediamoci prima di tutto se vogliamo conservare la nostra storia o cancellarla, sperando magari di riuscire col potere della fiction là dove le potenze coloniali hanno fallito con la scuola.

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