Focalizzarci sul 25 aprile non basta, la Resistenza sia quotidiana

«Viviamo in un Paese libero e democratico, quindi posso esprimere la mia opinione come meglio credo»: dite la verità, quante volte vi è capitato di sentire pronunciare questa frase? Probabilmente troppe volte, e quasi sempre a sproposito. Non a caso negli ultimi anni, specie dopo il boom dei social network, i concetti di libertà, democrazia e opinione sono stati vertiginosamente snaturati, fino ad assumere per vie traverse una sfumatura fortemente pericolosa per la convivenza sociale e civile. E, a ridosso del 25 aprile, una tale sfumatura si colora di tinte sempre più fosche e ottenebranti.

Come ogni anno, infatti, alla commemorazione della liberazione del nostro Paese dalle forze nazifasciste, si accompagnano infatti manifesti di disappunto e critica che, nascosti da proclami populisti o becera retorica, hanno il subdolo fine di eliminare dai calendari tale ricorrenza o, molto peggio, di attuare una vera e propria operazione di revisionismo storico. Procediamo per ordine: nel 2018 ha fatto scalpore la proposta della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, sull’istituzione di una ricorrenza in data 4 novembre in quanto «giorno di festa per l’unità nazionale», dal momento che «il 25 Aprile è divisivo». Quest’anno, invece, c’è stata una combo micidiale La Russa-Mussolini: il primo ha chiesto di dedicare il 25 aprile «ai caduti di ogni guerra e alle vittime del COVID-19», mentre la seconda, con termini meno generici ma più salaci, ha dichiarato che «il Paese sta con le pezze al c***o e ancora parliamo del 25 aprile. Mi sembra veramente l’ultimo dei problemi, addirittura una provocazione».

Di fronte a un tale scempio della storia e della memoria nazionale, camuffato da libere proposte o finta solidarietà nei confronti di gente debole o colpita dal coronavirus, sembra doveroso ricordare oggi più che mai che fare Resistenza significa opporsi, con coraggio e lucidità, di fronte alla deriva autoritaria e piena di odio che vuole spogliarci della nostra dignità di essere umani liberi e pensanti, per puro calcolo personale. E, per fare questo, non è necessario riesumare i cadaveri di chi ha già combattuto la propria guerra nel 1945, perché sappiamo di appartenere alle fila partigiane, o di potere iniziare a farlo, nel momento in cui ascoltiamo la chiamata, usando le parole di Piero Calamandrei, «anonima, [che] non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respirava, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava dentro: “e sei un uomo, se hai dignità d’uomo, questa è l’ora!”»*.

Oggi, quindi, così come nel secondo dopoguerra, siamo testimoni di uomini e di donne che ogni giorno lottano, sopravvivono e si ribellano a questa insensata follia distruttrice: medici e, più in generale, persone impegnate sul “fronte” ospedaliero, che combattono contro il coronavirus, oppure edicolanti delle regioni meridionali che, di fronte alle dichiarazioni di Feltri riguardo alla loro “inferiorità”, si rifiutano ora di continuare a vendere il quotidiano Libero nella loro attività. Oltre a loro, in realtà, ci sarebbero tanti altri esempi da nominare di chi, con la propria lotta quotidiana (spesso anonima o poco nota), non lascia che il sacrificio della gente morta per evitare l’occupazione nazifascista passi inosservato o sprofondi nell’oblio. Basta concentrarci solo sul 25 aprile, dunque, come se la Resistenza non fosse da coltivare ogni giorno anche in prima persona. Dopotutto, Piero Calamandrei sostiene che «il compito degli uomini della Resistenza non è finito. Bisogna che ESSA sia ancora in piedi»**. Non dimentichiamocelo in nessuna data.

* S. Luzzato (a cura di), P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza: Discorsi, scritti ed epigrafi, Editori Laterza, Bari, 2014 (edizione digitale non numerata).
** Ivi.

Fonte immagine di copertina: Sassate.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *