I personaggi cattivi che ci rendono migliori: la Resistenza ne “La casa di carta”

La maggior parte di chi l’ha visto è rimasta inchiodata alla sedia davanti allo schermata di Netflix facendo binge watching, c’è poi chi ha guardato solo tre puntate e chi ancora ne ha solo sentito parlare e basta, ma sarebbe impossibile non capire il significato di una tuta rossa vicino a una maschera raffigurante Salvador Dalí. Non ci sono dubbi, ormai: La casa di carta (titolo originale La casa de papel, in inglese Money heist) è un fenomeno mondiale che, tra le varie tendenze per cui è diventata un must, sarebbe opportuno analizzare oggi in relazione al suo rapporto con il concetto di Resistenza.

È raro che una serie TV crei così tanta empatia tra chi la guarda e i personaggi cosiddetti cattivi, anche se è proprio ciò che accade in questo caso. Come anticipa il trailer, infatti, un gruppo di delinquenti con diverse abilità, guidato da quello che viene chiamato il Professore, decide di rapinare la Zecca di Stato con l’unico intento di rubarne tutti i soldi senza mietere vittime. Si tratta di un piccolo dettaglio che quasi permette già di giustificare l’imminente reato e di pensare che, forse, puntata dopo puntata non si avrà a che fare con gente malvagia, quanto piuttosto con un’iberica banda di Robin Hood del 2000, che a giusta ragione «ruba ai ricchi per dare ai poveri», pur rispettando delle importanti norme etiche. Al di là dell’evoluzione della trama, così da evitare eventuali spoiler, concentriamoci invece sui numerosi simboli di questa nuova Resistenza sotto forma di telefilm.

La tuta di cui sopra è riconducibile ai moti rivoluzionari francesi, dal momento che innanzitutto il colore rosso rappresenta l’ira, il sangue e la libertà. Nel momento in cui ci assumiamo la responsabilità di un atto contro il sistema, inoltre, è pronto ad affiorare dalle nostre labbra anche quel canto del cigno che chiunque intonerebbe volentieri in nome del proprio massimo ideale, esattamente come dimostrano i personaggi di Tokio, Berlino e Nairobi tra gli altri, spinti come sono dal loro più grande desiderio comune. Quanto alla maschera dell’artista di Figueres, si tratta di un omaggio al celeberrimo pittore surrealista che immaginava di riuscire a dipingere un oltre dentro (o al di là) dei colori sulla tela, nello stesso modo in cui la banda cerca un orizzonte da valicare in nome di un futuro migliore. Dopodiché, arriviamo al simbolo più riconoscibile e più controverso, costituito dal noto canto partigiano di Bella Ciao.

Il brano fa da vera e propria colonna sonora ad alcuni dei momenti più salienti delle stagioni, come lo è ad esempio la scena del “patto” tra il Professore e Berlino, quella in cui Mosca riesce dopo varie picconate a scavare il tunnel da cui fuggire dalla banca, o quella in cui ancora Berlino compie un atto eroico rispetto al quale non entriamo nei dettagli per rispetto di chi non è ancora al pari con le puntate. Ebbene: chi fa Resistenza si comporta in maniera assolutamente speculare, motivo per cui il messaggio che veicola La casa di carta sembra cristallino. Siamo tutti partigiani e tutte partigiane – e non per via delle nostre posizioni politiche, quanto per via del fatto che nella vita possiamo e dobbiamo scegliere da che parte stare, dimostrando di avere il coraggio di prendere una posizione.

Molte persone in giro per il mondo hanno indossato la maschera di Dalí in senso letterale e sono scese in piazza per rivendicare i propri diritti, ma è anche vero che, se per fare sentire la nostra voce abbiamo bisogno della spinta proveniente dal nostro abbonamento Netflix, probabilmente alla Resistenza serve lavorare ancora sodo su sé stessa per non rischiare di estinguersi. E magari, in quest’ottica, affezionarsi ai personaggi “giusti” può servire alla causa con una certa efficacia.

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