La verità su 5 luoghi comuni legati alla Resistenza italiana

Negli ultimi anni è in corso una sorta di rivisitazione storica, spesso basata su fake news e tentativi negazionistici, legata al fenomeno della Resistenza italiana. È difficile, se non impossibile, racchiudere in un solo articolo tutta la complessità di un fenomeno così vasto e articolato quale fu la lotta di Liberazione. Non potendo, quindi, affrontarlo nei minimi dettagli, proponiamo qui di seguito di sfatare alcuni tra i luoghi comuni più diffusi sulla lotta partigiana. Con la speranza, nel nostro piccolo, di rendere giustizia a quante e quanti diedero la vita per la Libertà.

1) La Resistenza non servì a nulla, fu l’esercito Alleato a liberare le città italiane: falso. In molte occasioni, l’esercito Alleato marciò su città già liberate da giorni. È il caso, tra le altre, di Napoli, Modena, Piacenza, Bologna, Genova, Torino, Milano, in cui partigiani e partigiane, collaborando con la popolazione e soprattutto con membri della classe in sciopero che paralizzarono fabbriche e ferrovie, riuscirono a respingere le milizie nazifasciste ben prima dei rinforzi.La lotta partigiana fu, dunque, decisiva, soprattutto nelle settimane immediatamente precedenti alla Liberazione. Merito del fronte Alleato nella Campagna d’Italia rimangono, senz’altro, l’intervento con aiuti e rifornimenti in alcune zone e l’ufficializzazione della Liberazione che ne seguì l’arrivo.

2) Le forze partigiane erano tutte comuniste: falso. Il fenomeno della Resistenza affonda le proprie origini nel movimento antifascista che dagli anni ’20 era andato intensificandosi nel sentimento comune e che, nella lotta partigiana, trovò poi il proprio apice. I primi capi partigiani, operanti principalmente nelle Prealpi, erano per lo più ex-militari del Regio Esercito, da cui erano fuggiti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. A loro si aggiunsero, poi, personalità politiche e civili. Parliamo, quindi, di divisioni comuniste, sì, tanto quanto di corpi anarchichi, giellisti, badogliani, fiamme verdi e democristiani, così come di persone di origine slava, ebrea e rom scampate alla deportazione, ma anche semplicemente di popolazione civile, soprattutto costituita da giovani, studenti, studentesse e classe operaia, che, pur non riconoscendosi in alcuna bandiera politica, aderivano all’ideale antifascista, vero collante della Resistenza.

3) Le donne non ebbero un ruolo decisivo e furono soltanto staffette: falso. Il ruolo delle donne nella Resistenza fu più che decisivo. Stando ai dati raccolti da ANPI, furono 35.000 le partigiane combattenti, 20.000 le patriote, con funzioni di supporto, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di difesa e per la conquista dei diritti delle donne, 16 le medaglie d’oro e 17 le medaglie d’argento, 512 le commissarie di guerra, 4.633 le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, e 1890 le deportate in Germania. Detto ciò, va chiarito che il ruolo delle staffette, ovvero di coloro che trasportavano munizioni, informazioni, materiale medico e cibo da un distaccamento all’altro, e che tenevano i contatti tra questi ultimi e il Comitato di Liberazione nazionale, fu in quel frangente di vitale importanza.

Nel ferrarese si ricordano a tale proposito anche le segnaline, ovvero quelle donne che, vedendo arrivare camionette tedesche e fasciste, ne davano l’allarme attraverso dei segnali concordati, utilizzando principalmente fanali a intermittenza o specchi riflessi al sole. Le donne che presero parte alla lotta armata furono quindi numerosissime, anche perché non sempre il ruolo di staffetta e quello di combattente erano divisi l’uno dall’altro. Un esempio di spicco è costituito dalla bolognese Irma Bandiera, medaglia d’oro al valore militare che, torturata e addirittura accecata dalla Compagnia Autonoma per sei giorni e sei notti consecutive, non rivelò mai il nome delle persone con cui era entrata in contatto e per questo venne fucilata a soli 29 anni.

4) Il Meridione non partecipò alla lotta di Liberazione: falso. La popolazione meridionale diede due contributi fondamentali alla Resistenza. Dapprima, infatti, nelle città del sud si combatté durante diversi episodi riconducibili a quella che venne definita la Prima Resistenza (è emblematico il caso di Napoli, in cui si registrò, come già detto, una vittoria decisiva contro le truppe tedesche). E, in seguito, da lì si a rafforzare le fila partigiane al nord, una volta che il sud fu completamente liberato.

5) Bella ciao è un canto partigiano: in parte. Bella ciao, la cui melodia originale fu composta da un musicista rom russo, Mishka Ziganoff, e poi ripresa dalle mondine, non fu quasi mai utilizzata durante la guerra, ma soltanto in seguito, per poi diventare ufficialmente un canto riconducibile alla lotta partigiana, nonché un simbolo della Resistenza. Anche altre canzoni meno famose, tuttavia, furono cantate durante gli anni partigiani, anzi, si può dire che ogni distaccamento ne avesse una sua. Qualche titolo: Compagni fratelli Cervi, Addio Lugano bella, Pietà l’è morta, Fischia il vento, Canzone dell’otto settembre, Marciam marciam, La Badoglieide e Suttu a chi tucca.

Tanti altri sono i luoghi comuni che ormai spopolano sul Web, complici le forze politiche che li alimentano ogni anno affermando, chi più chi meno, di non «celebrare la Liberazione, perché di parte». Ledere la Memoria partigiana non è soltanto offensivo nei confronti di tutte quelle persone che in Italia e in Europa combatterono per la Liberazione, spesso pagando con la propria vita, ma è anche lesivo e controproducente rispetto al nostro patrimonio storico e culturale. Molto dobbiamo a quei sacrifici, a partire dalla possibilità di esprimere liberamente il nostro dissenso senza temere una fucilazione o una visita all’olio di ricino.

Salutandovi e augurandovi una buona festa della Liberazione, concludiamo con un estratto che incarna pienamente il senso di questo articolo, ossia la lettera del partigiano Bruno Frittaion (nome di battaglia Attilio), studente udinese fucilato a 19 anni:

31 gennaio 1945
Edda voglio scriverti queste mie ultime, e poche righe. Edda, purtroppo sono le ultime si, il destino vuole così, spero ti giungano di conforto in tanta triste sventura. Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l’idea che c’è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano anzi sia di aiuto nella grande lotta. Di quella causa che fino a oggi ho servito senza nulla chiedere e sempre sperando che un giorno ogni sacrificio abbia il suo ricompenso. Per me la migliore ricompensa era quella di vedere fiorire l’idea che purtroppo per poco ho servito, ma sempre fedelmente. Edda il destino ci separa, il destino uccide il nostro amore quell’amore che io nutrivo per te e che aspettava quel giorno che ci faceva felici per sempre. Edda, abbi sempre un ricordo di chi ti ha sempre sinceramente amato. Addio a tutti. Addio Edda

Bibliografia

Testimonianze:
Anna Zanetti, nipote di una segnalina attiva nella bassa ferrarese

Documentari, film e web-serie:
Roma Città Aperta, di Roberto Rossellini, 1945
Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy, 1962
Non ci è stato regalato niente, di Eric Esser, 2014
Nome di battaglia Donna, di Daniele Segre, 2016
Voci di R-esistenza, di Giuseppe Muroni per Treccani, 2015
Ferrara 1945-2015, di Marco Cassini, 2015
L’ultimo grido, di Giuseppe Muroni per Treccani, 2018
Oltre la bufera, di Marco Cassini, con Stefano Muroni, 2019

Siti:
ANPI
ANPI-Lissone

Libri e riviste:
“Noi donne: rivista della donna italiana”, edizione 1944-1945, Editrice Cooperativa Libera Stampa
E. Vittorini, Uomini e no, Bompiani, Milano, 1945
I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, Torino, 1947
G. Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba, Einaudi, Torino, 1952
G. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino, 1968
L. Menapace, Io partigiana. La mia Resistenza. Con Lettere di condannati a morte della Resistenza, Manni Editore, San Cesario di Lecce, 2014
E. Fimiani (a cura di), La partecipazione del Mezzogiorno alla Liberazione italiana (1943-1945) Le Monnier, Firenze, 2016

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