La lettura digitale durante il lockdown, tra entusiasmi e scetticismi

Leggere ai tempi del COVID-19 può essere considerata un’esperienza interessante. Per chi tende a instaurare un rapporto simbiotico con i libri e con la pagina scritta, si è trattato forse di qualcosa da non ripetere mai più: le librerie sono chiuse (non ancora per molto, forse), le consegne messe a disposizione delle principali piattaforme di distribuzione online procedono a rilento e il tanto amato odore della carta stampata sembra essere sempre troppo lontano. Eppure, anche una simile privazione può avere un risvolto positivo: cimentarsi nella scoperta dell’ e-literature.

Quello dell’e-literature – o letteratura digitale – è un fenomeno relativamente recente, ma non per questo meritevole di meno attenzione. Il riconoscimento di una vera e propria pratica letteraria che partisse direttamente dal Web senza passare in tipografia è avvenuto solo a partire dal 2005, quando la Electronic Literature Organization ha istituito un convegno con partecipanti del settore librario e di quello multimediale per fornire una definizione specifica del campo d’indagine della letteratura digitale. Riassumendo, potremmo dire che l’e-literature va interpretata come una forma espressiva che utilizza i dispositivi elettronici non solo come mezzo per la lettura di una data opera, ma soprattutto come metodo di creazione vero e proprio, che dà vita a specifici contenuti letterari destinati all’universo digitale.

Tutti i testi della e-literature, infatti, nascono per essere elettronici e spesso sono interattivi: oltre a vantare la presenza di contenuti multimediali audio e video, quindi, sono talvolta giostrati da precisi algoritmi in grado di spostare parole o interi capitoli sotto gli occhi di chi li legge. Ne è un esempio l’opera di Micheal Joyce, scrittore di ipertesti considerato uno dei principali esponenti della letteratura digitale. Chi legge i suoi libri ha la possibilità di intervenire direttamente sull’opera e divenire parte attiva della narrazione, modificandola a suo piacimento e oltrepassando la canonica barriera tra chi scrive un testo e chi ne fruisce. Ciò concorre non solo alla creazione di una categoria specifica, quello dello scrilettore o della scrilettrice, ma offre anche la possibilità di sperimentare nuove metodologie di scrittura, in cui un manoscritto può dirsi concepito apposta per chi lo comprerà. Il caso di Joyce è uno dei tanti, ma particolarmente interessanti sono anche le rappresentazioni di poesia elettronica, una forma artistica che affianca alla composizione poetica un originale utilizzo dei nuovi media.

Anche se simili proposte rappresentano un’alternativa letteraria valida, moderna e al passo coi tempi, è ancora possibile registrare una certa tendenza a interpretare la letteratura come un apparato a sé stante, fisso e immutabile, da suddividere in due filoni distinti di contenuti alti o bassi. Una simile concezione, se contestualizzata, appare ormai non soltanto esecrabile, ma totalmente fuori dal coro: in un mondo in continua evoluzione in cui un pensiero, considerato innovativo il giorno prima, ventiquattr’ore più tardi si rivela uno scarto da rottamare, anche alla letteratura deve essere concesso un nuovo orizzonte in cui adattarsi. Meccanismi come quelli dell’ipertesto, d’altronde, permettono di avvicinare chiunque all’universo della scrittura e a fare appassionare l’uno o l’altra ancora più sentitamente, se necessario.

Che il libro sia nato come oggetto fisico, da sfogliare e annusare ripetutamente, è fuor di dubbio, ma non per questo è da considerarsi superiore a un contenuto digitale in grado di fornire un nuovo metodo di approccio al mondo del sapere, in particolare perché la letteratura adempie al suo compito nel momento in cui offre nuove prospettive e suggerisce sguardi nuovi sulle cose, oltrepassando i limiti e distruggendo le barriere: che ciò avvenga tramite l’inchiostro o attraverso lo schermo di un iPad dovrebbe avere poca importanza, nel momento in cui il fine si raggiunge con efficacia, soprattutto se altre modalità sono impraticabili in un frangente come il nostro. La stessa Virginia Woolf, nella sua Lettera ad un giovane poeta, sosteneva che «non si legge mai abbastanza». Non specificava, però, come si dovesse farlo, e probabilmente dovremmo evitare di pensarci anche noi, se questo nel secondo millennio equivale ancora a escludere a priori un canale a vantaggio di un altro.

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