Il 1° maggio di angeli e braccianti, fra applausi retorici e sfruttamento reale

«[…] Quando le strutture sociali s’incrinano e si spezzano quello che viene dopo non è un’istantanea regressione a un brutale stato di natura: succede invece che […] le persone […] che si prendono cura degli altri si esauriscono in silenzio per tappare le falle, cercando di salvare più persone possibili dal tracollo fisico ed emotivo. Quelli che oggi sono in prima linea non sono combattenti, sono guaritori», osserva Laurie Penny in riferimento alla pandemia e alle sue conseguenze.

La crisi che stiamo vivendo ha aperto profonde spaccature nella vita della collettività in corrispondenza di linee di faglia preesistenti: la marginalità sociale dei gruppi più vulnerabili, l’inadeguatezza di un sistema di welfare familista finanziato a singhiozzo, le profonde iniquità del mercato del lavoro. L’emergenza ci restituisce quindi un ritratto a tinte fosche del nostro sistema economico, nel quale appare più vivida che mai la fragilità degli assunti su cui il sistema stesso si regge: gli sguardi esausti e le spalle sovraccariche della manodopera sfruttata e sottopagata del settore della cura e di quello agro-alimentare, per citare i più ovvi. Abbiamo ormai familiarità con le immagini dei volti stremati, segnati dall’uso prolungato delle mascherine chirurgiche, del personale sanitario sottoposto a turni di lavoro massacranti per fare fronte all’emergenza; e cresce ogni giorno il numero di operatrici e di operatori che hanno perso la vita a causa del coronavirus. Per un repentino capovolgimento di prospettive, le persone che lavorano nell’ambito della cura sono state investite del ruolo salvifico e sovrumano di guidare il Paese fuori dalla pandemia. Applaudite dai balconi e insignite del titolo di «angeli» da una nazione caduta in adorazione, sono state costrette a sacrifici smisurati, pur con le limitate risorse messe a disposizione da un sistema strutturalmente carente e impreparato a contenere la portata dell’emergenza.

L’acclamazione a furor di popolo è a ben vedersi una ricompensa misera per i ritmi di lavoro insostenibili, svolti spesso in condizioni insalubri. Non a caso la Federazione Italiana dei Medici di Famiglia (FIMMG) ha denunciato più volte la distribuzione insufficiente o l’inadeguatezza dei dispositivi di protezione individuale (DPI) forniti al personale sanitario, indicandone la carenza come causa dell’elevata mortalità da COVID-19 fra i medici di base. La gratitudine per chi opera nel settore pubblico è uno slancio che necessita di supporto attivo ad un programma politico di solidarietà sociale per potersi concretizzare in qualcosa di duraturo, altrimenti resta una canzonetta sfiatata intonata da un balcone. Chi sta rischiando la propria vita e la propria salute fisica e mentale per fronteggiare l’emergenza sanitaria, dopotutto, merita di meglio del titolo di angelo o di eroina: merita sicurezza sul lavoro, risorse adeguate per operare sul territorio, una retribuzione e condizioni contrattuali eque.

Una retorica analoga, anche se decisamente disumanizzante, sta interessando un’altra categoria professionale soggetta a condizioni lavorative inique: quella dei e delle braccianti, molto spesso individui stranieri intrappolati nei circuiti di tratta e schiavitù gestiti dalle agro-mafie che controllano una fetta consistente della filiera agroalimentare. Si stima che ad oggi, in Italia, circa 400 mila braccianti del settore agricolo lavorino infatti senza un ingaggio regolare e che almeno 132 mila versino in condizioni di grave vulnerabilità sociale. Quando la pandemia si è abbattuta sulla fragilità lavorativa, abitativa e giuridica che affligge molte e molti di loro, l’impatto è stato devastante. In risposta a questa grave situazione, si sono levate numerose − anche se tuttora vaghe − proposte di regolarizzazione, una misura che favorirebbe in concreto la possibilità di accedere ai servizi di base.

Tuttavia, chi conosce e denuncia i complessi meccanismi della tratta a scopo di sfruttamento sostiene che la sanatoria sia un dispositivo giuridico di efficacia limitata, se non si inserisce in un più articolato intervento di lotta alle agro-mafie e di tutela dei diritti. Nel dibattito pubblico, queste persone sono descritte come «braccia» improvvisamente irreperibili, funzionali all’economia interna perché prive di qualsiasi potere contrattuale; ma anche loro, proprio come gli “angeli”, hanno diritto a condizioni lavorative sicure, con risorse e tutele adeguate, e con contratti e salari equi. Hanno diritto a tutto ciò che serve a rendere loro la dignità di esseri umani, sia sul piano giuridico che su quello economico-sociale.

Quale primo maggio si prospetta, dunque, per «angeli» e «braccia» dell’emergenza sanitaria? Con ogni probabilità, un’ennesima giornata di lavoro estenuante, malpagato e rischioso, visto che né gli uni né le altre hanno la possibilità, date le circostanze, di godere di un giorno di festa. E per chi di noi è nella condizione di non trovarsi fra loro, si manifesta ancora più impellente la necessità di pretendere una rivoluzione del lavoro di cura e una filiera produttiva che sia libera dallo sfruttamento.

Bibliografia:

Cooperativa sociale InMigrazione
M. Omizzolo, Sotto Padrone: uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana, Feltrinelli, Milano, 2019

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