Come vivono le comunità nei campi rom e sinti durante l’emergenza sanitaria?

Com’è noto, parte delle comunità romanì presenti in Italia vive nei cosiddetti campi rom, nei quali in molti casi la situazione è critica: spesso le persone sono costrette ad abitare in spazi ristretti e sovraffollati, a volte privi di servizi essenziali e isolati dal resto della città. Con l’emergenza sanitaria, molte di loro hanno perso il lavoro, o comunque non sanno quando potranno ricominciare e non godono, come tante altre, di nessuna tutela né sussidio. Chi studia, poi, non sempre dispone di computer o di altri dispositivi per seguire le lezioni online, il che influisce ovviamente sul percorso educativo generale. Noell Maggini, classe 1994, è uno stilista pratese di origini sinte che attualmente abita in uno dei sei campi sinti presenti nella città di Prato. Abbiamo deciso di rivolgerci a lui per un’intervista proprio perché attraverso il suo lavoro, negli ultimi anni, si è fatto portavoce dei diritti delle minoranze romanì. Dopotutto, chi meglio di chi ci vive può spiegarci la realtà di un campo durante l’isolamento da COVID-19? Riportiamo di seguito le nostre domande e le risposte di Noell parola per parola, nel rispetto di quanto ha gentilmente condiviso con noi.

Come è cambiata la vita nel campo durante il lockdown?
Nella mia città ci sono sei campi. Prima erano molto connessi tra loro perché i nuclei familiari sono un po’ suddivisi tra questi campi. La quarantena ha cambiato la quotidianità in maniera decisiva, soprattutto per la questione lavorativa, dato che la maggior parte di loro ha un lavoro fatto di guadagni a giornata, come il raccoglitore di ferro, il venditore ambulante o il giostraio. Questa situazione ha messo in difficoltà molte di queste famiglie che, ad oggi, non hanno modo di lavorare: la loro ripresa è posticipata a un tempo indefinito.

Come si sono mosse le istituzioni (se si sono mosse) per aiutarvi?
Hanno distribuito alcuni buoni per la spesa nelle prime settimane pari a 30 euro a famiglia, poi è uscito il bando per i buoni della Protezione Civile. Alcuni sono riusciti a ottenerli, ma purtroppo non tutti. Poi c’è stata una distribuzione di mascherine circa ogni 10 giorni.

Sei riuscito a portare avanti il tuo lavoro anche dal campo o hai avuto difficoltà?
Il mio lavoro ha bisogno di uno spazio più esteso a livello pratico, ma sono riuscito a occuparmi di altre questioni lavorative facendo un po’ di smart working.

Qual è la cosa più difficile in questo periodo per le persone che vivono nel tuo campo?
La difficoltà più grande è quella di non poter lavorare e di non potersi permettere così la possibilità di portare il cibo a casa; poi ovviamente una delle difficoltà più grandi è fare la quarantena in una roulotte o in una casamobile. Gli spazi sono minori e condivisi, per molti di noi.

Che speranze o che appelli formuleresti per il dopo-isolamento riguardo alla situazione dei campi?
I campi sono una realtà che esiste da anni, dovrebbero essere considerati parte della città. Ogni giorno la nostra minoranza è nella quotidianità di tutta Italia e magari tanti nemmeno lo sanno che siamo sinti. In un momento così, dovremmo capire che siamo umani, tutti con gli stessi bisogni e diritti.

Consuelo Hafiz Rossi, sociologa di origini rom e cofondatrice del Movimento Kethane − rom e sinti per l’Italia, per il quale si occupa di ricerca, ha commentato l’intervista con una conclusione in grado di inquadrare il contesto attuale: «Oggi la situazione presenta diverse sfaccettature, e aspetti sia negativi che positivi. Da una parte, i campi appaiono spesso come luoghi di segregazione, degradazione e criminalità, ma dall’altra parte c’è una vita comunitaria, la libertà, la condivisione degli spazi, la solidarietà tra le persone. Per tutti questi aspetti la questione merita un’analisi approfondita, che tenga in considerazione le diversità e le peculiarità dei vari campi rom e sinti d’Italia. Al momento, con Kethane, abbiamo consultato rom e sinti giostrai per capire come fare fronte alla situazione in sinergia». In conclusione, riprendendo le parole di Noell, «i campi sono una realtà che esiste da anni» e che chiede di essere ascoltata. Ci auguriamo quindi che questo avvenga attraverso l’impegno di tutti e di tutte noi.

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