Perché scrivere fa bene al cervello e come lo ha dimostrato la letteratura

In alcuni istituti, ai tempi della pandemia, è stato proposto a studenti e studentesse delle scuole primarie e secondarie di tenere un diario, così da raccontare di sé nei giorni dell’isolamento. Viene da chiedersi, allora, in che modo la scrittura possa aiutare nel dare il meritato spazio a considerazioni, stati d’animo e umore quotidiano durante la difficile situazione che le vecchie e le nuove generazioni stanno vivendo.

«La letteratura è stata per me non una condizione di rabbia, ma un rifugio materno. Sono parte di un universo culturale enorme e vivo la letteratura come antidoto all’amnesia», sosteneva Luis Sepúlveda, morto a 70 anni il 16 aprile scorso proprio a causa del virus letale che al momento ci tormenta. Nelle sue opere, la difesa della memoria viene presentata come una priorità di sopravvivenza quando nel momento in cui imperversano il caos e il terrore per qualcosa di imprevisto e al di fuori dall’ordinario. Questa forma di scrittura terapeutica, vista come una bussola della coscienza, non necessariamente deve tradursi nella stesura di un romanzo autobiografico o di un diario, diventando piuttosto una forma di ascolto di sé per acquisire maggiore consapevolezza di una determinata situazione. Dato che le parole di preoccupazione per il domani e di rabbia per le numerose rinunce del presente non possono essere represse, d’altronde, trovare una voce nostra potrebbe avere utili ripercussioni sulla salute psicofisica personale e migliorare la convivenza razionale con l’evento traumatico.

Si ha quasi la certezza che, con il suo amore per la scrittura, uno come lui sarebbe stato capace di trasformare il COVID-19 in una favola avvincente: a cominciare infatti dal suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (1993), Sepúlveda non ha mai smesso di sottolineare il grande potere delle parole di cui si nutre l’umanità, plasmando personaggi che dessero voce a chi il diritto alla parola lo aveva perso da tempo – tant’è che i suoi libri miravano a combattere  l’amnesia di Stato, denunciando il rischio di una cancellazione delle coscienze e facendo tesoro delle storie che ogni singolo individuo aveva da raccontare. «Mi piace quando la parola scritta crea bellezza e combatte il brutto. Voglio dare alla letteratura la stessa carica etica della vita e alla vita la stessa carica estetica della letteratura», aggiungeva non a caso lo scrittore cileno.

E non si tratta soltanto di speculazioni astratte, sia chiaro. Secondo una ricerca dell’University of California, Los Angeles, risalente al 2007, raccontare per iscritto le proprie emozioni riuscirebbe a ridurre l’attività dell’amigdala, parte dell’encefalo sollecitata principalmente da paura e forte stress che, quando eccessivi, rischiano di danneggiare alcune funzioni superiori del sistema nervoso centrale, quali, per l’appunto, apprendimento e memorizzazione. In altre parole, la scrittura rappresenterebbe un’arma per controllare meglio le emozioni negative e, di contro, per stimolare positivamente la plasticità sinaptica della nostra corteccia cerebrale. Dal momento che la memoria, a sua volta, rappresenta l’architettura dell’essere umano ed è inequivocabilmente guidata dalle emozioni, sarebbe oltretutto  impossibile che una comunità umana privata del ricordo sopravviva.

Per rimarcare il fatto che la parola scritta costituisce un baluardo di speranza contro la scomparsa del mondo per come lo conosciamo, non possiamo non ricordare l’immagine della realtà distopica descritta da Yoko Ogawa ne L’isola dei senza memoria (1994). Nel  regime di dimenticanza forzata delineato dalla scrittrice giapponese, la protagonista lotta con cuore saldo per evitare che i suoi ricordi le sfuggano, svuotandola della sua identità. Riportare su carta la sua storia diventa un bisogno primario, con il quale prova a ingannare la graduale cancellazione dalla faccia della terra dell’idea e dell’essenza stessa delle navi nel mare, degli uccelli del cielo o del profumo delle rose. Di fatto, il testo evidenzia che il vero problema non sembrerebbe tanto la scomparsa dei concetti, quanto piuttosto la perdita del legame che provocano tra l’essere umano e il mondo.

È sul medesimo significato di fondo che anche Hanns-Josef Ortheil ha incentrato il suo romanzo Il suono della vita (2009), nel quale un bambino prodigio, nonostante la timidezza e le difficoltà che ha nella comunicazione orale, utilizza la parola scritta per salvarsi dall’oblio. Con il suo modo inconsueto di approcciarsi alla realtà, disegnando gli alberi e gli animali per riuscire ad associare loro il rispettivo nome, da adulto finisce per affermarsi come scrittore: ancora una volta, quindi, dei momenti di vita dolorosi messi per iscritto e scolpiti nella memoria lasciano sperare in un futuro migliore. Ad ogni modo, è interessante notare che non si tratta di un meccanismo sempre consapevole, anzi. Stando a quanto sostiene nello studio già riportato Matthew D. Lieberman, professore associato di psicologia dell’UCLA e fondatore delle neuroscienze cognitive sociali, «se chiedi a chi è davvero triste perché tenga un diario, probabilmente non risponderà che crede così facendo di sentirsi meglio».

Molta gente, infatti, «non si comporta così con l’intenzione di controllare i propri sentimenti negativi; semplicemente, la cosa sembra sortire un buon effetto. La psicologia popolare sostiene che quando ci sentiamo giù dovremmo prenderci cura di noi, ma il mondo va diversamente. Se sappiamo che stiamo cercando di rimetterci in sesto, il meccanismo di solito non funziona, perché autoingannarci è difficile». Meno difficile, però, è provarci e prendere il buon esempio da grandi romanzi e personalità intellettuali, nel tentativo di alleggerire il proprio stato d’animo su sollecitazione scolastica o grazie a un articolo letto un giorno per caso mentre si navigava su Internet.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *