Quattro parole per analizzare l’odio con cui abbiamo accolto Silvia Aisha Romano

«Silvia Romano è stata liberata! […] Silvia, ti aspettiamo in Italia». Con queste parole, il 9 maggio il capo del governo Giuseppe Conte ha annunciato la liberazione e l’imminente ritorno in Italia della volontaria rapita in Kenya nel novembre 2018. Tuttavia, all’iniziale esplosione di gioia con la quale l’opinione pubblica ha accolto la notizia, si è prontamente sovrapposto il borbottio montante di insinuazioni velenose in merito alla veridicità di quanto riportato dalle fonti ufficiali, che è infine culminato in attacchi verbali e mediatici tanto violenti da spingere la procura di Milano ad aprire un’indagine per minacce aggravateParadossale, considerando che la giovane è uscita viva dalle mani del feroce gruppo armato Al Shabaab; prevedibile, se ci soffermiamo ad analizzare le dinamiche di potere e i bias che trapelano dalle parole scelte per gli attacchi a lei rivolti.

Romano non intende farsi emblema di un’ideologia, ma la stiamo trattando come se lo volesse, perché la sua stessa esistenza, nelle particolari modalità che assume, mette in crisi un gran numero di narrazioni dominanti e aspettative sociali. Gli elementi ci sono tutti: una giovane donna attivamente impegnata nel promuovere un ideale di giustizia in un luogo lontano da casa; e ora quell’abbigliamento, che suggerisce in anticipo quanto lei ha annunciato poco dopo: la conversione all’islam, il nuovo nome, una scelta che Silvia-Aisha rivendica come propria. La vicenda personale di Romano è, ed è giusto che rimanga, un fatto privato; pertanto, non spetta a me commentarla. Mi soffermo, invece, sulla costruzione linguistica e retorica utilizzata dalla stampa e da una parte dell’opinione pubblica nel raccontare questa vicenda, per mezzo di parole-chiave che ritengo possano operare da filo conduttore dell’analisi.

Spettacolarizzazione. La notizia dell’avvenuta liberazione ha avuto una risonanza mediatica imponente (anche a causa di indiscrezioni trapelate nel corso delle indagini). La volontaria è stata letteralmente gettata in pasto all’opinione pubblica: i media l’hanno scrutata quasi al microscopio, scandagliando la sua storia personale in cerca di elementi che permettessero di trasfigurarla in un’icona di qualche tipo. Silvia-Aisha, chiunque sia stata e intenda essere in futuro, è stata esaminata e giudicata con una fretta che denota una totale mancanza di rispetto per quanto ha subito, per il modo in cui sta affrontando l’accaduto e per i sentimenti che deve star provando. Ogni volta che con curiosità morbosa pretendiamo di aprirci un varco nel vissuto di un’altra persona, penetrando con forza nella sua storia e nel suo dolore, stiamo violentando quella storia e quel dolore una seconda volta. Pertanto, ogni sensazionalismo risulta qui indebito, mistificatorio e violento.

Spreco. «Quanto ci è costata?», «Anche in Italia c’è bisogno di volontariato, perché andare in Africa?». Un altro tema ricorrente è quello delle risorse. Romano è una risorsa per il mercato del lavoro, e per chi vede la gioventù come un capitale da investire è intollerabile che le persone scelgano di impegnarsi altrove (poco importa che si tratti di emigrare in Nord Europa o di fare volontariato in Africa). D’altro canto, l’indignazione per il presunto esborso che avrebbe permesso la liberazione di Romano denota un’evidente miopia politica: la cifra che secondo diverse fonti (non tutte attendibili) avrebbe pagato la sua libertà è assai modesta, in confronto ai costi che lo Stato sostiene per certe spese militari delle quali è difficile giustificare la necessità.

Femonazionalismo. Termine coniato dalla dott.ssa Farris, il «razzismo nel nome delle donne» designa la convergenza del femminismo liberale con posizioni nazionaliste. Un’ideologia di «sangue e suolo», che vuole i corpi delle donne asserviti al dovere patriottico di perpetuare la stirpe, con lo spauracchio del “nemico invasore” (tipicamente africano o musulmano) che incombe sull’idillio della presunta eguaglianza femminile in Occidente. Non è dunque sorprendente che questa giovane donna, già colpevole di aver destinato il suo coraggio e le sue energie al lavoro sociale in un Paese africano, e ora convertita all’islam, sia stata insultata con termini come «traditrice», «terrorista», «ingrata». Secondo la retorica femonazionalista, Silvia-Aisha si è sottratta al «sacro dovere» verso la Patria con la scelta di essere donna di sé stessa.

Ingenuità. Seppur con toni amabili e paternalistici, neanche le grandi firme della stampa liberale si sono astenute dall’imputare a Romano una parte di colpa nel proprio rapimento. Infatti, se il sacrificio del personale delle forze armate nelle missioni all’estero viene definito a priori in termini di «scelta dolorosa» ma «consapevole», la volontaria milanese viene descritta (al pari di Carola Rakete e di molte altre) come una giovane annoiata, il cui impegno umanitario è stato dettato da uno slancio indubbiamente nobile, ma anche ingenuo, immaturo, imprudente. Insomma, che si tratti di un percorso di fede o di una scelta professionale, a una giovane donna non viene riconosciuta la maturità necessaria per la propria autodeterminazione.

Non posso sapere cosa Silvia-Aisha abbia passato, cosa stia provando o chi diventerà. Ed è giusto così, perché questa storia appartiene soltanto a lei. Tuttavia, se potessi augurarle qualcosa, sarebbe di continuare a sorridere come nelle tante foto in cui l’abbiamo vista, perché nonostante questa società non la comprenda, ha vinto lei.

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