L’Eurovision non è un programma politico (tranne quando vince Israele)

Chi mi conosce lo sa, nell’arco dell’anno io ho un solo appuntamento fisso e inderogabile: l’Eurovision Song Contest. Purtroppo la gara del 2020 è stata annullata per motivi di sicurezza ed è stata invece proposta una trasmissione commemorativa che sarà possibile seguire in diretta, oltre che su Rai 1, anche su YouTube a questo indirizzo sabato 16 maggio a partire dalle 21:00. Dal canto mio, per compensare la mia astinenza da schermaglie musicali, ho deciso di dedicarmi a una breve retrospettiva e parlare di… politica! Politica, sì. Perché benché l’ente organizzatore ribadisca continuamente la neutralità della competizione, la vittoria di una cantante a scapito di un altro ha sempre suscitato ondate di indignazione patriottica. Ma a prescindere da questo, l’Eurovision, come ogni prodotto di intrattenimento, porta con sé un messaggio politico. Ogni opera creativa, infatti, è permeata da una precisa visione del mondo, e fruire di quell’opera significa concordare con quella visione. Un concetto che hanno compreso bene ai piani alti, al punto da profittarne per farsi propaganda.

Come in Israele, del cui caso vi parlo oggi. Il Paese è, infatti, da tempo accusato di tentare di ripulire la propria immagine pubblica attraverso una sana dose di pink washing, ovvero l’insieme di pratiche messe in atto da un’organizzazione allo scopo di apparire moderna e tollerante, soprattutto per quanto concerne la parità di genere, al solo scopo di trarne profitto. Che c’entra il pink washing con l’Eurovision? È la stessa cosa che mi sono chiesto anch’io quando nel 2018 ha vinto la canzone Toy di Netta Barzilai. In quel momento ero completamente digiuno delle campagne promozionali dei pezzi in gara. Quando hanno annunciato la vincitrice ricordo che tutto sommato sono stato contento: non era la mia canzone preferita quell’anno, ma era indubbio che Netta non avesse rivali. Un mio amico, invece, si è detto oltraggiato. Parere che è stato, nei giorni a seguire, ampiamente condiviso da diverse voci dell’attivismo, tanto che si è scatenata una vera e propria campagna di boicottaggio per l’edizione successiva (che da regolamento si sarebbe appunto tenuta nel Paese vincitore).

Il clamore è scaturito principalmente dal fatto che la canzone è stata ampiamente pubblicizzata come un inno all’emancipazione femminile e al femminismo in generale, con tanto di endorsement da parte del governo di Tel Aviv. Appoggio ampiamente ricambiato dalla cantante, che quando ha accettato il trofeo ha commentato: «Sono felicissima. Grazie infinite per aver fatto una scelta diversa. Grazie infinite per aver accettato le differenze tra di noi. Grazie per aver celebrato la diversità. Grazie. Amo il mio Paese». Aldilà dell’emozione del momento che può portare a dire delle cose d’impulso (al punto che ha affermato anche: «ci vediamo a Gerusalemme!» scatenando una querelle diplomatica che ha rischiato a sua volta di far saltare l’edizione del 2019), l’accostamento qui è semplice e puntuale: Netta è a favore della diversità e Netta ama Israele; perché evidentemente Israele è a favore della diversità.

Il nocciolo del discorso è che l’apparato propagandistico israeliano ha sfruttato la vittoria della propria concorrente per capitalizzare il vasto pubblico dell’Eurovision – e la visione del mondo che suggerisce – e diffondere un’immagine di sé come di uno Stato aperto e tollerante. E per Israele è fondamentale mantenere questa immagine, non solo per non allontanare investimenti e turismo, ma soprattutto per formare un’opinione pubblica su scala per cui la sua politica è quella giusta. Perché? Perché se io Gabriele, cittadino italiano, sono convinto che i sostenitori e le sostenitrici di Netanyahu hanno ragione, non voterò mai per un governo apertamente favorevole a sanzioni e a embarghi contro di loro per via dei ripetuti massacri a danno della popolazione palestinese. E anzi, giustificherò tali massacri sottolineando come in realtà l’esercito israeliano stia portando i valori democratici tra persone la cui religione islamica impone invece omofobia e oppressione.

Rimane un ultimo nodo da sciogliere: la canzone di Netta è davvero femminista come l’hanno pubblicizzata? Per capirlo propongo un semplice esercizio. Prendiamo il testo I’m not your toy, / You stupid boy, / I’ll take you down now, make you watch me e sostituiamo boy con girl. Il testo che ne risulta è offensivo? Se lo è non è femminista, è maschilista, solo a pronomi invertiti. A maggior ragione, allora, dovrebbe risultare evidente quanto montata e capziosa sia la retorica israeliana.  Per chiudere, quello che voglio dire è che – e lo so che suona pomposo – dovremmo sempre riflettere sulle implicazioni politiche dell’intrattenimento che consumiamo e approcciarci ai vari media con occhio critico. Il rischio concreto è di diventare terreno fertile per l’indottrinamento senza nemmeno rendercene conto.

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