L’attualità de “I Promessi Sposi” durante la pandemia, tra psicosi, ignoranza e paura

Avevo appena finito di rileggere I Promessi Sposi quando la pandemia di COVID-19 si è abbattuta sull’Italia e, dalla fine di gennaio fino al 26 aprile 2020 ho provato un brivido di terrore e inquietudine nel constatare quanto la digressione sui fatti della peste del 1630 potesse essere considerata un resoconto fedele di questi primi quattro mesi di lockdown. Strana coincidenza o soliti corsi e ricorsi storici? Procediamo con ordine.

Dallo scoppio dell’emergenza, i bollettini medici diramati dalla Protezione Civile ci hanno fornito un quadro sempre aggiornato sullo sviluppo e gli effetti del contagio che, fortunatamente, non ha raggiunto le grandi e spaventose cifre registrate nella Lombardia del XVII secolo. Tuttavia, l’incedere inarrestabile e invisibile di questa infezione ha prodotto effetti, se non altrettanto letali, ugualmente spaventosi all’interno del tessuto sociale e civile della nostra nazione. Com’era prevedibile, le prime reazioni sono state di paura e di incertezza sul da farsi, sviluppandosi soprattutto con un’ossessiva «caccia all’untore»* da accusare e su cui riversare la propria rabbia. Ed eccoci a un “concorso di colpa” coi fiocchi, con la partecipazione straordinaria di fake news e teorie del complotto, che ha visto farne le spese in un primo momento la comunità cinese del nostro Paese, boicottata nelle proprie attività commerciali perché ritenuta causa della diffusione del virus.

Nei mesi seguenti, la provincia di Wuhan è stata accusata di essere la sede di un laboratorio dove il virus veniva prodotto allo scopo di creare una guerra batteriologica per giungere, infine, a un capro espiatorio davvero bizzarro: quello delle antenne 5G, che avrebbero diffuso delle radiazioni capaci di produrre l’infezione. Nonostante tali fantasiose teorie siano state puntualmente smentite, è innegabile che ancora oggi continuano a essere ritenute valide da una certa fetta della popolazione. E dietro a questo irrazionale consenso di massa, frutto dell’incapacità dell’essere umano di accettare di non essere padrone degli eventi, c’è una ragione che lo stesso Manzoni aveva lucidamente descritto così: «Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e […] le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi»**.

Con l’inizio della fase 2, inaugurata il 4 maggio, il clima non si è di certo rasserenato, anzi: le incoraggianti notizie circa il calo dei contagi e dei decessi, con relativo e discreto aumento dei casi di guarigione e di riapertura di alcune attività, sono state fraintese da chi, nello spasmodico desiderio di ritornare alla normalità, non ha capito di essere in una fase ancora più delicata della precedente. Così, dopo la psicosi precedente, a rendere instabile il nuovo scenario è stato un roboante braccio di ferro tra la CEI e il governo circa la sospensione delle cerimonie religiose. Di fronte alle disposizioni del governo in materia di fede, i vescovi italiani hanno infatti reagito con stizza, sostenendo che «non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto»***.

Affermazione discutibile e un po’ sopra le righe, tra l’altro, visto che le messe hanno continuato a essere celebrate, seppure a porte chiuse. In tal caso, il rischio, per certi versi conclamato, di creare assembramenti richiama la processione delle reliquie di San Carlo che, anziché riuscire a placare il contagio, causò nel Seicento una nuova e irreversibile impennata di gente appestata, come descritto nel XXXII capitolo del romanzo. Di fronte al deflagro della fede in irrazionalismo, non sono mancate le manifestazioni di buon senso, tant’è che Papa Francesco è intervenuto sull’argomento richiamando all’obbedienza delle disposizioni, con monsignor Derio Olivero a fargli eco; è lo stesso vescovo di Pinerolo, sopravvissuto al coronavirus, a ribadire a propria volta che «non è questo il tempo di mostrare i denti, bensì di collaborare»****.

Dopodiché, a pochi giorni dalla riapertura ufficiale di molte attività, forse non è ancora giunto il tempo di primi e provvisori bilanci. Tuttavia, di fronte a uno scenario simile, la soluzione migliore sarebbe forse proprio quella di evitare atteggiamenti irresponsabili, per evitare che altre persone cadano “vittime” della nostra arroganza com’è già accaduto in passato.

* Coronavirus, non usate il termine untore, è dispregiativo
** A. Manzoni, I Promessi Sposi, SEI Edizioni, Torino, 2019, cap. XXXII, p. 557
*** Coronavirus, messe ancora vietate. La Cei al governo: si viola la libertà di culto
**** Il vescovo di Pinerolo: “Serve prudenza. Io per quel virus ho rischiato di morire”

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