Da Nina Simone a Grup Yorum, quando la musica lotta per i diritti sociali

La musica è un modo diretto per veicolare messaggi di ogni tipo e orientare le idee e i comportamenti delle persone. È inoltre un elemento fondamentale fin dall’infanzia per lo sviluppo cognitivo, mentre durante l’adolescenza aiuta a elaborare le proprie emozioni in un periodo di crescita complicato. Ogni brano comunica con le parole determinati pensieri di amore, di amicizia, di delusione e così via: si tratti di scritti a volte banali, mentre altre volte proprio i testi si fanno porta bandiera di temi  importanti, quale la lotta per i diritti sociali o contro le guerre, il sollevamento di problemi ambientali o dell’egoismo degli individui. La musica, di conseguenza, è sempre stata utilizzata come strumento di protesta dappertutto e tramite ogni genere, dal blues americano al punk inglese. Se, però, l’arte è lo specchio della società, ci sono molte società nelle quali forse sarebbe più comodo non specchiarsi, nel caso in cui cantare di ribellione e diritti potesse addirittura costare la vita.

Donne e uomini di tutto il mondo hanno fatto cerchio intorno a tematiche notevoli, e una di loro è stata senza dubbio Nina Simone. Scossa dagli attentati che avevano portato alla morte di alcune persone di colore, ha deciso di fare della musica il suo strumento di lotta. Al pianoforte ha composto la sua prima canzone di denuncia, Mississippi Goddam, diretta denuncia all’ipocrisia del governo e dell’opinione pubblica. All’epoca era raro che nell’America puritana venissero pubblicate canzoni contenenti parolacce o con condanne esplicite della violenza contro le minoranze etniche. Lei, invece, ha osato pronunciare il nome di Dio invano nel celebre verso «Mississippi, che Dio ti maledica». Il suo votarsi alla causa e tenere concerti diventati più dei comizi politici, scrivendo testi su testi sulla condizione della popolazione afroamericana, è stato in un primo momento il motivo del successo e, in seguito, della sua condanna.

Oltre a lei, comunque, molte personalità hanno portato la lotta nella musica: nel 1939 Billie Holiday ha registrato la sua Strange fruit, il cui strano frutto erano degli esseri umani con la pelle nera appesi agli alberi. Bob Dylan ha invece cantato di razzismo, povertà e guerra, mentre God save the Queen dei Sex Pistols è stata giudicata offensiva e dallo spirito anti-monarchico, tanto che la sua trasmissione in radio ne è stata a lungo vietata. Più recentemente i Rage Against the Machine, i System of a Down ed Eminem hanno preso posizioni politiche altrettanto nette. E in Italia? Anche qui sono state composte canzoni impegnate politicamente e socialmente: band o cantanti come 99 Posse, PierPaolo Capovilla, Caparezza, Daniele Silvestri e Brunori Sas hanno infatti condiviso la loro visione di una collettività problematica, nonostante il rischio che questo avrebbe potuto comportare per loro.

Cosa succede, però, se a parlare di diritti e di politica sono dei gruppi che nascono sotto una dittatura? Negli ultimi decenni, per esempio, la Russia è rimasta in un rigido sistema conservatore, che ha negato i diritti alla comunità LGBT+ e ha condannato apertamente il femminismo. Si sono formate così le Pussy Riot, un gruppo punk rock fondato a Mosca nel 2011, il quale si è reso protagonista di irriverenti performance in luoghi pubblici per protestare contro il coinvolgimento della Chiesa ortodossa nella campagna elettorale di Putin. Ebbene, tre di loro sono state condannate a due anni di detenzione – non a caso per tutelarsi si sono spesso esibite a volto coperto come i Moscow Death Brigade, anche loro caratterizzati dalla scelta di testi contro l’omofobia, il razzismo e il sessismo.

In Turchia, invece, Helin Bölek, Mustafa Koçak e İbrahim Gökçek sono i componenti del Grup Yorum, un gruppo musicale composto da un gran numero di musicisti e musiciste, legato alla sinistra rivoluzionaria turca e fondato nel 1985. I loro brani hanno sempre avuto una forte impronta politica e di protesta, ma negli ultimi anni la band era stata addirittura accusata di terrorismo: più di una persona aveva infatti protestato per ottenere il rilascio di chi era in carcere, con l’obiettivo di far cessare le persecuzioni e di tornare a esibirsi in pubblico. I tre avevano quindi intrapreso uno sciopero della fame contro le persecuzioni attuate dal regime di Erdoğan nei confronti del proprio collettivo e sono poi morti in meno di 300 giorni, lasciando il mondo di stucco.

È possibile, quindi, che nella società contemporanea si arrivi a un estremo incredibile. Lo stesso cantante Ramy Essam, musicista, attivista e volto della rivoluzione egiziana, che nel 2011 aveva subito delle torture, al momento è in esilio in Europa, mentre chi con lui aveva realizzato un videoclip ironico su Al-Sisi è stato arrestato e pochi giorni fa, dopo due anni di detenzione, il videomaker Shady Habash è addirittura deceduto in carcere. Parliamo di uomini e donne che non hanno allora gettato la spugna, il cui gesto segnerà per sempre il mondo della musica e non solo: sono pedine della stessa partita intervenute in epoche differenti, con intenti comuni e con la speranza di ottenere risultati di volta in volta diversi in base al contesto geopolitico con il quale hanno dialogato e stanno dialogando. Perché la loro lotta non è mai finita, anzi, è appena cominciata.

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