Che cosa abbiamo imparato (davvero) in Italia durante il lockdown?

Durante il lockdown, in Italia non abbiamo compiuto molti passi avanti né a livello di bontà d’animo né di parità di genere, come hanno dimostrato l’accoglienza riservata a Silvia Romano o la polemica contro Giovanna Botteri. Non abbiamo imparato neanche a investire su scuola e sanità in maniera lungimirante, prudente e competente, ma soprattutto senza tagli, da una parte, o investimenti inutili dall’altra parte. Due esempi su tutti: la prossima chiusura dell’ospedale in Fiera a Milano e le molteplici criticità della didattica a distanza, aggravate dalle incertezze in materia di esami di terza media e di maturità. Per non parlare della forbice sociale pericolosamente in aumento dallo scorso marzo ai danni di determinate minoranze etniche e categorie professionali. Che cosa abbiamo imparato davvero, allora? Un paio di insegnamenti da menzionare ci sarebbero, a patto di osservare i fatti evitando sentimentalismi.

La solidarietà della porta accanto. Non che altre forme di solidarietà valgano meno, o non siano state praticate. Questa, però, è stata in qualche modo riscoperta e messa alla prova durante l’isolamento, per di più in piena era di globalizzazione. Giovani che hanno portato la spesa a gente più anziana, librerie al servizio della comunità, riconversioni imprenditoriali: dalla grande industria alla dimensione privata, abbiamo assistito a iniziative ammirevoli senza grosse variazioni diatopiche o diastratiche, che ci hanno ricordato fino a che punto «la solidarietà del genere umano non è solo un segno bello e nobile, ma una necessità pressante, un “essere o non essere”, una questione di vita o di morte» senza per forza andare troppo lontano, come già scriveva Immanuel Kant.

L’importanza dell’autorevolezza. «Serviva arrivare a uno stato di pandemia per rivalutare positivamente l’importanza della ricerca scientifica italiana e riconsiderare gli investimenti sulla sperimentazione?», si chiedeva proprio su Light Magazine Mariacristina Di Pietro un mese fa. Purtroppo la risposta sembrerebbe essere positiva: avremmo dovuto impiegarci meno tempo e non passare da un opposto all’altro, sopravvalutando le forze e non capendo le pressioni, le tempistiche o le scarse risorse economiche di questo settore. Eppure, abbiamo compiuto qualche passo in avanti: interviste televisive, pubblicazioni editoriali, podcast e dirette su YouTube, nonostante certe fake news e idee incommentabili, hanno finalmente portato alla ribalta l’opinione di chi, pur avendo esperienza e cognizione di causa, troppo spesso rischia di non sembrare autorevole o anche solo meritevole dell’attenzione mediatica.

Ars gratia artis a chi? Il concetto latino dell’arte prodotta per l’arte stessa, cioè senza finalità utilitarie o religiose (ma nemmeno politiche, sociali o etiche), si applica facilmente al punto di vista dell’artista che decide di non lasciarsi influenzare da ragioni altre nel momento della sua creazione, al di là del puro piacere di dedicarsi all’arte in quanto tale e di contemplarne la bellezza. Tuttavia, dal punto di vista di chi dell’arte fruisce, la presenza di un obiettivo non è necessariamente da disprezzare, anzi: finalità come quelle del delectare, docere et movere, che a propria volta sono state coniate durante l’antica Roma (per merito di Cicerone), ben si prestano a incorniciare la quotidianità di una popolazione già costretta in spazi fisici soffocanti. Tra libri, visite virtuali, dirette streaming e flash mob sui balconi, cercare conforto nelle innumerevoli facce della cultura ci ha così ricordato quanto avesse ragione Alfred Hitchcock nel sostenere che «l’arte viene prima della democrazia» e che non è affatto un optional.

La tecnologia come alleata. Ultrasessantenni che condividono il loro schermo in un meeting su Zoom, dirigenti che creano un cloud aziendale, dipendenti che lavorano da remoto e per la prima volta non snobbano la vita da freelancer criticata tanto (o capita poco) fino alle ultime vacanze di Natale… Sono loro i casi più paradigmatici del lockdown, in grado forse di rivoluzionare lo spazio-tempo professionale e il rapporto di vecchie e nuove generazioni con la tecnologia in un Paese ancora troppo scettico, conservatore e soprattutto analfabeta in termini di digitale. Non dimentichiamoci, però, che la stessa fruizione dell’arte a distanza (o del #Dantedì) è stata resa possibile dalla connessione a una rete, per non parlare di colossi preesistenti come Netflix, Storytel, Spotify o Prime Reading grazie ai quali non si è rivelato troppo difficile sopperire alla chiusura di cinema, teatri e biblioteche. Lavoro, svago e affetti sono passati per lo più da Internet, insomma, e perfino il Salone del Libro di Torino si è convinto a considerare la tecnologia più un’alleata che una minaccia, con risultati a dir poco sorprendenti, in particolare per le scuole.

E adesso? In Italia abbiamo ancora molto su cui lavorare e, se volessimo indignarci, basterebbe pensare anche solo all’urgenza di rivedere il nostro concetto di buonsenso e di superare quello di famiglia nucleare (vedi alla voce congiunti), di snellire in ottica applicativa l’apparato burocratico e fiscale, di tutelare donne e minori che si trovano (o trovavano) gioco forza sotto lo stesso tetto di persone violente a livello fisico e/o psicologico, di prorogare la scadenza di corsi, concorsi e bandi vari, di ripensare a una società europea realmente sovranazionale e di risolvere le problematiche strutturali sollevate dall’emergenza psichiatrica e delle carceri. Quantomeno, comunque, un paio di lezioni ci resteranno impresse per qualche tempo e potremmo provare a ripartire da loro, se riusciremo a capire come. «Imparare è un’esperienza; tutto il resto è solo informazione», sosteneva non per niente Albert Einstein: auguriamoci quindi di esserne capaci, ora più che mai.

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