Cosa c’entra il caso George Floyd con Colombo, Churchill e “Via col vento”?

Innanzitutto, una premessa: la domanda che dà il titolo a questo articolo è tutt’altro che retorica. Si tratta di una questione che sta coinvolgendo la popolazione di diversi Paesi, non per forza anglofoni e non sempre al di là dell’oceano, e l’intento non è certo quello di arrivare a conclusioni affrettate. Al contrario, la riflessione qui presente nasce dalla necessità di fare chiarezza e di capire perché e in che modo siano eventualmente connessi i casi di boicottaggio e di sfregio con le manifestazioni antirazziste seguite all’omicidio di George Floyd.

Per il solo fatto di parlarne da italiana benestante, bianca e venticinquenne trovo complessa la situazione. O meglio, la trovo lontana dalla mia portata. Non dovremmo commentare una rivolta violenta dal nostro smartphone di ultima generazione, mentre stiamo su un divano reclinabile (che io non ho, come neanche il cellulare ultramoderno, ma vabbè) e ascoltiamo Spotify Premium. Non si può, non si deve, non si saprebbe fare. Né è semplice stabilire quale diritto abbia uno specifico gruppo di persone di buttare giù alcune statue, imbrattarne altre e chiedere la censura di film e altri prodotti della creatività umana finora apprezzati dalla critica internazionale. E tuttavia una riflessione che ci aiuti a capire come orientarci (e come stare dentro o fuori dal dibattito) è fondamentale.

Partiamo allora da un dato di fatto: le sculture di Churchill nei centri urbani o le scene di Via col vento tratte dal romanzo di Margaret Mitchell non sono entrate nell’immaginario collettivo di uno o più popoli per via dell’atteggiamento filorazzista del primo o della seconda. Ciò significa che, se pure l’uno e l’altra hanno vissuto in un’epoca in cui il fenomeno era presente, raffigurato e in gran parte pure incoraggiato, nella storia e nella letteratura (o nel cinema) non è in quest’ottica che si parla di loro, almeno non in maniera primaria. La loro esistenza e produzione, da contestualizzare per di più nel periodo storico in cui si è verificata, è collegata per le grandi masse a vicende differenti, a scelte compiute su un piano diverso e a un’ideologia a sua volta distinta dal sostegno allo sfruttamento e al genocidio delle comunità afroamericane.

Condannare un’icona del passato alla damnatio memoriae è quindi la strada più ragionevole da percorrere, sebbene a costo di sacrificarne altri meriti e contributi storico-culturali? Probabilmente no. Nonostante ciò, va considerato che in alcune circostanze le figure prese di mira hanno avuto un ruolo (diretto o indiretto) nella dinamica esaminata, anche quando sia poi stato cancellato o minimizzato da chi la storia l’ha scritta, tramandata e “giudicata”. «C’è una parola, un termine in igbo che mi torna in mente ogni volta che rifletto sulle strutture di potere nel mondo», ha scritto in proposito Chimamanda Ngozi Adichie nel suo Il pericolo di un’unica storia, edito da Einaudi due anni fa, «ed è nkali. Un sostantivo che si può tradurre, liberamente, come “essere più grandi di un altro”. Allo stesso modo dei nostri mondi politici ed economici, anche le narrazioni sono definite dal principio di nkali. Come e quando vengono raccontate, chi le racconta, quante se ne raccontano. Dipende tutto dal potere».

Contrastare il potere comporta, perciò, il rovesciamento provocatorio di una certa maniera di raccontare una/la storia? Probabilmente sì. Significa impadronirsi di un simbolo e spogliarlo, negarlo, demistificarlo. Significa non soltanto lanciare un messaggio di ribellione contro comportamenti e lingue discriminatorie, né contro le norme vigenti tout court, bensì intervenire in primo luogo sulla loro impalcatura. Sfilacciarne la trama per oscurarne l’immagine finale. Ripensare al concetto di modelli e di leader, di valori positivi e di rappresentanti, riparando una dignità spezzata. Significa censurare qualcosa per ripristinare la memoria di qualcos’altro. D’altronde, come sostiene ancora una volta Chimamanda Ngozi Adichie, «il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona, ma di farla diventare la storia definitiva di quella persona».

Minando le basi di una storia simile è possibile reinventarla, percepirla da diverse prospettive, moltiplicarla come una pluralità di voci più autentiche chiede da tanto tempo – così da trasformare le idee e, insieme a loro, le azioni di chiunque ne fruisca. Così da riequilibrare (o da spostare) il baricentro del potere, insomma, evitando che rimanga ancora e sempre nelle mani di gente bianca e benestante del primo e secondo mondo. Anziché “sparare” su chi se la prende (con violenza, certo) con degli oggetti inanimati, dunque, proviamo a riflettere su come la produzione umana e i simulacri che ci circondano contribuiscano a restituirci una determinata visione del problema e della sua soluzione, delle persone implicate nella faccenda e degli effetti di una simile lettura in diacronia. Dopodiché, se proprio ci va, possiamo schierarci, indignarci, accalorarci, sapendo però che la battaglia non è contro Victor Fleming o Paperino, e che si tratta di un movimento relativamente contingente in risposta a un’abitudine più che millenaria.

Possiamo supportare l’una o l’altra posizione, a patto di avere ben chiaro in testa che cosa sta succedendo: non tanto una faccenda contro Cristoforo Colombo o in favore di Donald Trump, quanto piuttosto una lotta per la dignità delle storie (al plurale) che condividiamo o meno gli uni con le altre, e che abbiamo il dovere di conoscere e di tenere in pari considerazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *