Lo sport e quel pugno chiuso alzato al cielo da cinquantadue anni

Quella dello scorso 18 giugno è stata una finale di Coppa Italia carica di polemiche. Partendo dall’inizio, va detto che il Napoli ha conquistato la Coppa Italia oltre il novantesimo minuto, ai rigori, con il risultato di 4 a 2. In ordine sparso sono stati criticati: Cristiano Ronaldo, accusato di non aver tirato neanche un rigore; l’uso del pubblico virtuale, creato con una grafica al computer per evitare che da casa si potessero vedere gli spalti vuoti di una competizione svoltasi a porte chiuse, in uno stadio che contava al massimo trecento persone; i festeggiamenti post-partita esagerati, e che hanno creato assembramenti.

Delle dispute appena menzionate noi non vogliamo occuparci; sono sterili, inutili, sono polemichette. Ce n’è invece un’altra sulla quale vorremmo soffermarci ed è quella concernente l’inno nazionale intonato da Sergio Sylvestre, il cantante nato tra le fila del programma televisivo Amici di Maria De Filippi. Sylvestre ha sbagliato sull’attacco di «le porga la chioma», al punto che si è poi prontamente dovuto scusare con un video in cui ha affermato di non essersi dimenticato le parole: la sua, dice, è stata semplicemente emozione per avere visto uno stadio tanto vuoto. Ma le scuse non sono bastate. A insultarlo ci ha pensato qualche Napalm51 della tastiera – per citare il personaggio interpretato da Crozza. Più che la stecca, a fare infuriare pare sia stato l’atto compiuto dal cantante italo-statunitense al termine della sua esibizione: il pugno chiuso alzato al cielo.

Il gesto è divenuto simbolo della lotta dei movimenti antirazzisti oggi più che mai, dopo le proteste partite dall’uccisione di George Floyd e che dall’America stanno coinvolgendo tutto il mondo occidentale. Chi ha criticato il cantante ritiene che vi sia stata una strumentalizzazione di questa propaganda ideologica. In sostanza, secondo loro, Sylvestre non avrebbe dovuto “sfruttare” il momento sportivo della finale di Coppa Italia per portare in campo una questione come quella contro il razzismo.

Tuttavia, la lotta contro il razzismo dovrebbe essere una causa universalmente portata avanti da chiunque, una causa umana e non ideologica. Dovrebbe essere un dato di fatto che siamo uguali fra di noi, che abbiamo pari dignità e diritti di trattamento. E a chi ritiene che questa causa dovrebbe restare fuori dai contesti sportivi, poiché lo sport è una cosa e il resto è semplicemente il resto, va detto che spesso le competizioni sportive sono state il banco di prova esattamente di questo genere di lotte. Certo, va precisato che il Raised Fist (o pugno alzato) inizialmente non era riconducibile alle lotte per i diritti civili della comunità afroamericana e che era nato quale segno di protesta legato perlopiù al periodo comunista, almeno fino alle Olimpiadi di Città del Messico.

Torniamo per un attimo a quel momento: è il 16 ottobre del 1968, sei mesi dopo l’omicidio di Martin Luther King, e le tensioni in America si acuiscono di giorno in giorno. Alla finale dei duecento metri piani, Tommie Smith e John Carlos si aggiudicano rispettivamente il primo e il terzo posto. Poco prima di salire su un podio che li consacrerà alla Storia più come uomini che come atleti (nonostante i loro record mondiali), convincono il secondo classificato, l’australiano Peter Norman, a indossare una spilla che invoca la Olympic Project for Human Rights, un’organizzazione anti-segregazione nata con l’intento di esortare ogni atleta di colore a boicottare le Olimpiadi del ’68.

Smith e Carlos fanno invece molto di più: salgono sul podio con la barba lunga e la sciarpa nera al collo, a testimonianza dei linciaggi subìti dalla comunità afroamericana; ci vanno scalzi, a simboleggiare la povertà, e infine, una volta partito l’inno americano, abbassano la testa e alzano il pugno guantato. Sono secondi irreali, che si riempiono di così tanti significati da fare dimenticare qualsiasi altro avvenimento accaduto durante le Olimpiadi. Smith e Carlos si appropriano di un gesto, quello del pugno alzato, che diventerà il simbolo della lotta per il Black Power. Certo, riceveranno anche aspre critiche e non poche minacce, ma diventeranno altresì un esempio di eroismo e di coraggio. Lo stesso Peter Norman, al rientro in Australia, subirà infatti delle ripercussioni gravissime, perché oltre alle polemiche di cui è oggetto si vedrà preclusa la possibilità di partecipare alle Olimpiadi del ’72 di Monaco di Baviera.

L’impressione è che siamo ancora lì, al cospetto di quel pugno alzato verso il cielo da ben cinquantadue anni e che non è stato ancora abbassato, dato che nel concreto non molto è stato fatto, se siamo ancora qui a parlare dell’argomento. Perciò, lasciatemi dire una cosa: il pugno chiuso di Sylvestre, il suo «No justice, no peace» urlato durante la finale di Coppa Italia, è stato un atto giusto, soprattutto necessario, esattamente come quello di Tommie Smith e di John Carlos. Un gesto che riguarda tutti noi, perché se esiste una razza, allora quella è una sola – ed è la razza umana.

Valeria Zangaro

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