Sui moti di Stonewall e sulla persistenza delle disuguaglianze nel mondo

Se dovessi pensare a una parola-chiave con la quale riassumere questi ultimi due mesi, probabilmente opterei per disuguaglianza, un termine dal significato piuttosto eloquente, che designa una condizione sociale e culturale spesso combattuta, e che rimanda ad anni di storia e rivendicazioni.

Ne è un esempio la decisione della Corte Suprema americana, risalente ad appena una settimana fa, di impedire il licenziamento di dipendenti perché gay o transessuali. Per quanto indice di un effettivo passo in avanti nella questione delle discriminazioni sul posto di lavoro, la notizia invita inevitabilmente a riflettere sul fatto che fino a poco tempo fa un simile comportamento fosse possibile e che ci fosse bisogno di una legge per evitare che accadesse ancora, con un’unica, felice coincidenza: il tutto è accaduto il 15 giugno, ovvero durante il mese dedicato al Pride, la manifestazione per la rivendicazione dei diritti della comunità LGBTQIA+.

Facciamo un passo indietro: le Pride Parades, nella loro accezione generale, nascono con l’intento di sensibilizzare la società sul tema dell’uguaglianza e delle discriminazioni, ma affondano le proprie radici nei moti di Stonewall partiti dallo Stonewall Inn (un locale gay di New York) nella notte del 27 giugno del 1969 – e poi durati in maniera discontinua per cinque sere. In quegli anni, i locali frequentati da omosessuali erano spesso oggetto di raid da parte delle forze dell’ordine, perché la vendita di alcolici a gay o a transessuali era per lo più proibita, e molte persone finivano per essere arrestate anche senza nessun motivo apparente. Nel caso dello Stonewall, invece, la situazione si ribaltò quasi del tutto: per la prima volta, infatti, ad essere accerchiati furono gli stessi corpi di polizia, e l’episodio diede il via a interi giorni di proteste e rivolte. Queste ultime vengono oggi commemorate nelle sfilate del Pride e trovano piena realizzazione nella figura chiave di Marsha P. Johnson, attivista transgender e pioniera di campagne a sostegno di persone senzatetto – abbandonate dalle proprie famiglie perché gay o transessuali – e di vittime dell’AIDS.

I moti di Stonewall muovevano da premesse universalmente giuste, che facevano della discriminazione e della disuguaglianza il vero nemico da combattere. Le proteste, talvolta anche piuttosto violente, scaturivano comunque da un senso di oppressione e di frustrazione tipico di chi non riceve ascolto e di si chi vede negare dei diritti basilari per colpe che non ha commesso – tendenza che, nonostante tutto, perdura ancora ai nostri giorni. Se, infatti, per la sfera del lavoro e dell’occupazione sembra essersi smosso qualcosa, lo stesso non avviene nella sfera della sanità. Basti pensare al fatto che recentemente la presidenza Trump ha rimosso la norma contro la discriminazione delle persone transgender prevista dall’Obamacare del 2016, la quale prevedeva che un ospedale, se abilitato, non potesse sottrarsi a eseguire le procedure per la transizione di genere, stabilendo così che il genere è determinato dalla biologia ed è pertanto una condizione immutabile.

Nell’effettivo, la comunità transgender incorre tuttora in episodi discriminatori più frequenti di quanto si pensi, perfino in periodi delicati come quello del lockdown. Per di più, secondo il Trans Murder Monitoring (un rapporto annuale pubblicato dal Trans Respect Versus Transphobia Worldwide), dal 2008 al giugno 2016 gli omicidi contro i e le transessuali sono stati più di 800 solo in Brasile, con numeri preoccupanti che si estendono in gran parte del globo (e a dai quali neanche l’Italia, con 36 morti, risulta indenne). Dati simili denunciano una situazione preoccupante e da osservare sotto nuova luce in seguito all’affermarsi del Black Trans Lives Matter, il movimento che nelle ultime settimane ha raggiunto grande notorietà in concomitanza con l’uccisione da parte delle forza di polizia di Tony McDade e con l’aggressione di Iyanna Dior (rispettivamente un ragazzo e una ragazza afroamericani trans, quest’ultima assalita e picchiata nella stazione di una pompa di benzina).

La strada da percorrere per il raggiungimento di una società libera da diseguaglianze sembra, quindi, ancora molto lunga, sebbene quando si parla di discriminazioni e relative reazioni alle stesse sia facile scadere nella retorica. Meno semplice è studiare appieno l’evoluzione di una specifica comunità, analizzandone la storia ed entrando davvero in contatto con lei, per poi abbracciarne le cause e comprenderne le rivendicazioni. Gli eventi che si sono susseguiti negli USA e nel resto del mondo, ieri come nelle ultime settimane, non richiedono l’espressione di ulteriori punti di vista, bensì comprensione e relativi interventi. Contemporaneamente, va tenuto a mente che per ogni storia presente esiste una storia passata, e che quest’ultima si è realizzata grazie alla perseveranza di persone come Marsha P. Johnson, intenzionate a costruire una società in cui ogni vita conta e appare meravigliosa nella sua diversità.

(Fonte immagine di copertina: The New York Times)

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