La teoria delle vetrine infrante: perché la pacatezza verrebbe prima dell’antirazzismo?

Dall’omicidio di George Floyd negli Stati Uniti, le rivendicazioni che hanno occupato le piazze e le testate giornalistiche di tutto il mondo hanno messo l’opinione pubblica davanti a una necessità impellente: parlare di razzismo. Parlare, ma soprattutto ascoltare: da troppo tempo, all’interno degli stessi movimenti sociali e di lotta, le minoranze etniche vengono infatti estromesse dal discorso sulla discriminazione, per quanto si tratti di una problematica che tocca le loro vite ogni giorno, e attorno alla quale proprio loro possiedono peculiari bagagli di conoscenze derivanti da secoli di pratiche di resistenza.

Per dirla con le parole di Audre Lorde, «la sopravvivenza non è una competenza accademica»*. E se può sembrarci rassicurante constatare che certi concetti elaborati dai movimenti sociali di liberazione sono entrati a pieno titolo nel dibattito mainstream, è bene ricordare che il pericolo cui vanno incontro le parole della resistenza che si diffondono al di fuori dei contesti in cui sono nate è quello dell’iper-semplificazione, o della distorsione semantica. La cultura pop ha una tendenza irrefrenabile ad annacquare i significati. Per questa ragione, dunque, ho scelto di scrivere questa riflessione senza esordire con l’ormai canonica formula di apertura: «scrivo da una posizione di privilegio/oppressione…». Come la maggior parte della gente, non scrivo da una posizione, ma da una zona grigia. Sono una persona bianca, la mia pelle non conosce la sferza violenta del razzismo. Sono una cittadina abile, sono cisgenere, non sono povera: nessuna frontiera mi sbarra la strada e nessuna barriera architettonica o burocratica s’interpone fra me e la vita che ho scelto. Sono, però, anche una donna bisessuale, una survivor, una credente di una fede minoritaria; altre linee di dolore si diramano sulla mia carne, lacerazioni multiple marcano incubi e terrori diurni. Sono tutte queste cose insieme, questa identità-mosaico problematica quanto il concetto stesso di privilegio.

 Ed è da questa zona grigia che osservo e mi domando: chi può legittimamente parlare di razzismo, relativamente a quali vissuti? Quante e quali di queste persone hanno effettivamente accesso allo spazio pubblico, quante e quali vengono effettivamente ascoltate? Il concetto di violenza strutturale è sufficiente a illustrare le dinamiche del razzismo o l’epoca della globalizzazione richiede altre categorie analitiche? E per quale ragione è così difficile per le persone bianche capire questo concetto? Perché alla vista delle vetrine infrante gridano al «razzismo al contrario» o alla «violenza ingiustificata»? Per quale ragione, davanti alla denuncia di un razzismo endemico, la loro priorità sembra essere quella di ribadire che «non tutte siamo così» e che «le proteste devono essere educate»?

Il tipo di violenza contro cui le comunità nere insorgono non rompe le vetrine, ma indossa la divisa della legalità e del decoro, e quando uccide lo fa senza imbrattare di sangue i propri sepolcri imbiancati. Si tratta di una forma di violenza difficile da riconoscere come tale, su cui però è fondamentale interrogarci per comprendere, da un lato, la rabbia sociale delle e dei manifestanti, e dall’altro i motivi per cui fenomeni quali il «razzismo al contrario», l’«eterofobia» o la «misandria» in realtà non esistono, e non possono essere considerati punti di vista legittimi.

A tal riguardo, le scienze sociali utilizzano l’espressione violenza strutturale. Nozione coniata da J. Galtung**, indica le disuguaglianze e i meccanismi di oppressione ed esclusione insiti negli organismi (o strutture) che costituiscono la società, vale a dire nelle istituzioni e nelle formazioni che la compongono. Si tratta di una forma di violenza pervasiva, verticale (top-down), interiorizzata dagli individui nel corso dei processi di inculturazione e socializzazione primaria. Difficile da condannare, a differenza di quella diretta, perché le sue pratiche rientrano nei comportamenti socialmente accettati (o quantomeno, non disapprovati); difficile da identificare, forse anche più di quella culturale, per il suo carattere di “normalità” non connotata ideologicamente.  I lividi che lascia emergono sotto forma di numeri: i dati statistici sui fenomeni legati alla povertà e sui crimini d’odio indicano in maniera chiara quanto il razzismo influisca negativamente sulla salute mentale, sulle prospettive accademiche e lavorative, e spesso sulla possibilità stessa di vedere rispettare i propri diritti umani. Nel contesto italiano (che risulta diverso sotto alcuni aspetti da quello statunitense), per molte persone afrodiscendenti (e non solo) l’oppressione strutturale si compone anche del mancato riconoscimento della cittadinanza, per via di una normativa ancora informata alla logica coloniale.

In conclusione, se molto resta ancora da fare per decostruire i razzismi contemporanei (sia a livello locale, che sul piano internazionale delle migrazioni di massa e dei rapporti fra Stati), gran parte di quel fare consiste, per le persone bianche, nel prestare ascolto alle voci delle comunità razzializzate. Si tratta di imparare ad accogliere e a onorare saperi sotterranei e memorie collettive segnate dagli orrori della violenza, e tuttavia integri nella loro capacità di generare e tramandare la bellezza. Si tratta, infine, di mettere anche la voce bianca a disposizione dei movimenti antirazzisti, per far riecheggiare ovunque le loro rivendicazioni. Nel mio piccolo, ho scelto di contribuire, pur senza alcuna pretesa di esaustività, con questo elenco di letture.

*in Gli strumenti del padrone non distruggeranno mai la casa del padrone, 1979.
**fondatore dei moderni Peace Studies. Per approfondire: https://www.transcend.org/

Bibliografia & risorse online per leggere e decostruire i razzismi:

Albanese, M., Raimo, C., & Scego, I., Politica della Violenza, Feltrinelli, Milano, 2020
Davis, A. Donne, Razza e Classe, Edizioni Alegre, Roma, 2018
Fanon, F., Pelle Nera, Maschere Bianche, Edizioni ETS, Pisa, 2015
Fields, Barbara & Karen, Racecraft. The Soul of Inequality in American Life, Verso Books, London-New York, 2014
Harris Perry, M., Sister citizen: Shame, Stereotypes, and Black Women in America, Yale University Press, Londra, 1883
Lorde, A., Sorella Outsider, Il Dito e la Luna, Milano, 2014
Moraga, C., & Anzaldúa, G., This Bridge Called My Back: Writings by Radical Women of Color, State University of New York Press, New York, 2015
Morris, M.W., Pushout: The Criminalization of Black Girls in Schools, The New Press, New York, 2016
Olou Ijleoma, So You Want To Talk About Race, Seal Press, New York, 2018
Ripanti, E.H., E poi basta: manifesto di una donna nera italiana, People, Gallarate (VA), 2019
Scego, I., Adua, Giunti, Milano, 2015
Scego, I., La mia casa è dove sono, Rizzoli, Milano, 2015
Washington, A.H., Medical Apartheid, Anchor Books, New York, 2008
Wilkerson, I., Al calore di soli lontani. Il racconto epico della grande migrazione afroamericana, Il Saggiatore, Milano, 2012
Whitehead, C., La ferrovia sotterranea, Edizioni SUR, Roma, 2017

La piattaforma Afroitalian Souls

La piattaforma Black Lives Matter Anche In Italia

 La guida di dZine per essere buone alleate e alleati antirazziste

Gli articoli di Oiza Q. Obasuyi
Blog di Djarah Kan, Latte Riot
La pagina di Italiani senza cittadinanza
L’Osservatorio Lunaria
La rete Coordinamento Migranti
Sito Web del movimento Black Lives Matter
Sito Web di Movimento Kethané (movimento per i diritti delle comunità rom, sinte e camminanti in Italia)

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