Da Miles Davis a Scrubs, 150 anni di lotte per l’uguaglianza “razziale”

Anche se negli Stati Uniti la schiavitù venne abolita nel 1865, non bastarono nemmeno cento anni per affermare che la comunità cosiddetta nera fosse uguale a quella cosiddetta bianca. I due schieramenti si fronteggiarono durante la Guerra di Secessione, tra un Nord abolizionista che voleva cancellare la schiavitù, perché ritenuta incompatibile con i valori americani, e un Sud schiavista che ne rivendicava invece il diritto. Si trattò di un conflitto sanguinoso, costato vite, città distrutte e ricchezze danneggiate. Da quel momento si intraprese una strada verso la parità lunga e difficoltosa, che passò per numerose rivolte e centinaia di vittime; e, nonostante qualcosa sia cambiato nel corso del tempo, nel 2020 il razzismo resta uno dei problemi più viscerali che attanagliano questa e altre società civili.

La prima rivolta razziale a essere definita moderna è avvenuta ad Harlem nel 1935, quando un ragazzino portoricano, dopo avere rubato un coltellino, è stato fermato e minacciato di venire picchiato da un commesso dei grandi magazzini. Il ragazzo ha allora morso l’uomo alla mano e la gente accorsa, vedendo il sangue, ha tratto la conclusione che il più giovane fosse stato malmenato. In breve si è radunata una folla che ha danneggiato sia il magazzino che i negozi “bianchi” limitrofi. Ecco spiegato il motivo della sua definizione: non è avvenuto uno scontro tra fazioni, bensì un danneggiamento di proprietà. Nel 1965, poi, Los Angeles è stata messa a ferro e fuoco dopo il fermo, da parte della polizia, di un uomo nero che guidava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Il confronto si era evoluto in uno scontro fisico, ma la causa scatenante della rivolta era stata la voce infondata che fosse stata coinvolta una donna nera incinta. Anche in questo caso segregazione razziale, povertà e soprusi sono stati alla base della ribellione.

Nel 1967 Detroit è stata a sua volta protagonista di un’agitazione popolare, dopo che la polizia aveva fatto irruzione in una locale senza licenza in cui un’ottantina di soldati, principalmente neri, festeggiava il rientro di due veterani dal Vietnam. La folla accorsa aveva dato il via alle violenza, che si è poi prolungata per giorni. L’esercito e la Guardia Nazionale sono scesi in campo durante molte delle sommosse, perfino in quella del 1968 a seguito dell’assassinio di Martin Luther King: da est a ovest, infatti, diverse vittime e feriti hanno costretto il congresso ad accelerare l’approvazione del Civil Rights Act. Nel 1992 al centro dei riflettori è tornata Los Angeles, quando dopo il pestaggio di Rodney King alcuni poliziotti sono stati giudicati non colpevoli. Gli scontri sono durati sei giorni e hanno fatto 53 vittime e migliaia di dollari di danni.

Pur passando attraverso il boicottaggio della compagnia di trasporti a Montgomery grazie a Rosa Parks all’omicidio di Martin Luther King, dalla nascita del Black Power all’ascesa di Malcom X, dalla protesta sul podio alle Olimpiadi di Città del Messico all’elezione di Barak Obama, gli Stati Uniti sono ancora attraversati da forme di razzismo e di classismo becere e fin troppo vitali. Tale aspetto, tra le altre cose, emerge con forza nella musica jazz: basti pensare alla sera in cui Miles Davis, già celebre in tutto il mondo, è stato picchiato da due poliziotti bianchi di ronda. Il jazzista, che stava facendo una pausa fuori dal locale in cui si esibiva, si era giustificato spiegando agli agenti che lavorava lì, ma quelli non gli avevano creduto e, durante la discussione, uno dei due aveva cominciato a colpirlo. Così, Miles Davis è stato arrestato e poi rilasciato su cauzione il giorno seguente, mentre una folla si radunava fuori dal distretto di polizia.

Tornando ai giorni nostri, è trascorso poco più di un mese dalla morte di George Floyd, e le proteste che si sono susseguite di città in città hanno ridestato con la loro eco le menti in tutto il mondo. La sua morte sembra avere svuotato gli stomaci di molta gente, tanto da mobilitare folle di persone in tutto il mondo e di ogni sorta. Nel corso delle manifestazioni molto è stato rimesso in discussione, a partire da statue e altre effigi fino ad arrivare a film e a serie TV. Una su tutte è Scrubs (ma è capitato anche con Via col vento e con 30 Rock), accusata di razzismo in riferimento ad alcuni episodi che la produzione ha prontamente eliminato dalle piattaforme di streaming. Tenendo conto di quanto abbiamo visto finora, però, viene da chiedersi se è davvero questo ciò che la comunità afroamericana chiede e se il terreno dei prodotti culturali è l’unico su cui si debba combattere (e dibattere), o se siamo di fronte all’ennesimo caso in cui un problema serio rischia di essere sminuito agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, pur costituendo parte integrante di una questione ben più ampia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *