Autopsie e COVID-19: lockdown della scienza o confinamento della ragione?

Risale a poco più di un mese fa lo scoppio nel nostro Paese della protesta di un gruppo di dottoresse e di dottori legali, seguita alle loro difficoltà nell’effettuare autopsie su pazienti con il COVID-19. Si tratta dell’ennesima notizia poi diffusa a macchia d’olio, a volte impropriamente, su testate giornalistiche e social media, e che ancora una volta sottolinea l’immaturo rapporto fra il popolo italiano e la scienza.

Il 2 maggio 2020, infatti, è stata pubblicata una circolare del Ministero della Salute con oggetto le «Indicazioni emergenziali connesse ad epidemia COVID-19 riguardanti il settore funebre, cimiteriale e di cremazione», con alcune revisioni del DPCM risalente al 26 aprile. La successiva diffusione su WhatsApp e su Facebook di commenti decisamente infelici e scettici sulla gestione dell’emergenza, scaturiti dalla lettura della sezione C che riguardava gli «Esami autoptici e riscontri diagnostici», esortava la SIMLA (Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni) a insistere con il governo per pretendere maggiori chiarimenti sulle autorizzazioni per le autopsie, nonostante si ritenessero giustificabili, almeno in un primo momento, i provvedimenti che le frenavano per motivazioni igieniche e di profilassi, conoscendo l’impossibilità di effettuarle in sicurezza e in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale.

Secondo la circolare sopra citata, «per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di COVID-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio». Che gli accertamenti patofisiologici non siano stati vietati è evidente, visto l’uso strategico del condizionale. Eppure, se l’interesse politico fosse stato quello di incentivare una sana ricerca di base parallela all’identificazione di una cura, sarebbero state adottate misure per la sanificazione degli ambienti, si sarebbero previsti degli investimenti in alcune camere di biocontenimento e le linee guida sarebbero state espresse con maggiore chiarezza legale, senza la quale non si può procedere (specialmente in ambito scientifico e in riferimento a diagnosi così delicate).

Per fare il punto della situazione basta tenere conto del fatto che la lingua italiana può essere sfruttata a propria convenienza, se si vuole aggirare una salda presa di posizione politica e rendere un’espressione all’apparenza inattaccabile. Questo, tuttavia, ha contribuito poi a generare una cascata di fraintendimenti in merito al divieto di eseguire le autopsie, e la situazione è stata sfruttata al fine di incrementare il desiderio popolare di scatenare denunce per inadempienza contro la classe medica − già, proprio la schiera di angeli di cui al contempo abbiamo cantato le lodi. È un cane che si morde la coda.

Di fatto, quanto citato costituisce soltanto il paragrafo 1 della circolare, che è seguito da indicazioni sulla possibilità di effettuare le autopsie in casi di estrema necessità nelle sale settorie di tipo BSL3, che garantiscono condizioni di massima sicurezza e protezione infettivologica. Nonostante ciò, si è incitato alla condivisione dell’iniziativa di ribalta della comunità scientifica, supponendo che quest’ultima fosse rappresentata da virologi e docenti da talk-show, che si insultano a vicenda sulla base di rivelazioni ex cathedra per poi diffondere notizie allarmanti e infondate. Sebbene nel mondo della scienza non ci si debba mai mettere nei panni di esponenti del mondo politico, l’esigenza di lavorare sui cadaveri e non solo su campioni istologici parziali è assolutamente reale. Solo così, infatti, si può delineare un trattamento clinico tempestivo ed efficace, provando di conseguenza a contenere l’infezione, un bisogno più che mai impellente al fine di garantire una corretta informazione scientifica per contrastare bufale e strumentalizzazioni negative della pandemia.

Visti i mancati aggiornamenti sulle norme varate dallo stesso ufficio del Ministero fin dal 22 febbraio, già il 26 aprile Cristoforo Pomara, il più giovane ordinario di Medicina legale in Italia e iniziatore della protesta, aveva pubblicato su PubMed un primo articolo dal titolo COVID-19 Deaths: Are We Sure It Is Pneumonia? Please, Autopsy, Autopsy, Autopsy!, a cui aveca fatto seguito una review, pubblicata il 14 maggio sul Journal of clinical medicine, sulla mancata opportunità di accertamento delle cause di decesso da COVID-19. Nei suoi testi si rivendicava, appunto, il mancato tentativo di allargare il quadro di conoscenze su questa nuova minaccia alla salute pubblica. Per di più, veniva riportato l’esempio calzante degli esami autoptici eseguiti a Bergamo e a Milano da un personale medico che, dopo essersi organizzato in totale autonomia per lavorare in sicurezza, aveva contribuito ad aggiornare i protocolli terapeutici per combattere il coronavirus, realizzando il coinvolgimento di fenomeni trombotici nel decorso della malattia.

Inaspettatamente, però, una lecita protesta ha condotto all’ennesima teoria complottista, alimentata dalla certezza che numerose persone a noi care sarebbero forse sopravvissute se le verità non fossero state insabbiate. Parliamo, insomma, di accuse attinenti in parte alle denunce di un «lockdown della scienza» partite dalle dottoresse e dai dottori delle Università di Catania, Foggia e Catanzaro, dal canto loro perfettamente consapevoli delle difficoltà di stabilire nell’immediato quali sarebbero state le scelte migliori per evitare un elevato numero di decessi e per identificare gli ostacoli da superare in questo contesto di analfabetismo scientifico. La politica, infatti, non si rivolge a un ampio spettro di autorità, ispirando così la cittadinanza all’idea di una medicina paragonabile all’oracolo di Delfi, infallibile e priva di pareri in contrasto fra di loro.

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