Perché le persone ottimiste gestiscono meglio lo stress?

Ottimismo e livelli di stress hanno una qualche correlazione? Se sì, di che tipo e perché? Stando a quanto ha dimostrato finora la scienza, in effetti le persone con un approccio più positivo nei confronti della vita quotidiana risultano meno inclini a subire le pressioni nervose quando vivono dei periodi particolarmente impegnativi e impegnati, ma andiamo con ordine.

Un’interessante visione d’insieme, pubblicata a nome di Clinical Practice & Epidemiology Mental Health nel 2014, distingue l’ottimismo in tre tipologie: disposizionale (come teorizzato da Scheier e Carver), per il quale una visione equilibrata e ottimista consiste in una disposizione ben coltivata dai singoli individui giorno dopo giorno; attributivo (vd. Peterson e Seligman), che sostengono la tendenza delle persone ottimiste a credere che gli eventi negativi siano incostanti, esterni alla loro responsabilità e specifici (quindi senza effetti e ricadute), a differenza degli eventi positivi percepiti come più stabili e frequenti; irrealistico (definito soprattutto da Weinstein), a detta del quale l’ottimismo sarebbe «una distorsione cognitiva sistematica della considerazione della propria probabilità di incontrare eventi negativi», non basata su fonti oggettive e verificabili.

Comprendere l’approccio alle singole aspettative sul futuro aiuta a conoscere in maniera più approfondita i disturbi mentali e le loro cause, a partire dai disturbi dell’umore fino ad arrivare a crisi di nervi e crolli psicofisici. Studi recenti, infatti, hanno dimostrato la correlazione inversa che esiste tra l’ottimismo e i sintomi depressivi o gli istinti suicidi. A questo proposito, un articolo firmato Christopher Bergland e uscito su Psychology Today il 24 giugno 2013 sostiene che «i ricercatori del Dipartimento di Psicologia della Concordia University hanno scoperto che il cortisolo, o “’ormone dello stress”, tende ad essere più stabile nelle persone con una visione positiva della vita».

I soggetti dell’esperimento, non a caso, si erano auto-identificati secondo uno spettro basato su ottimismo e pessimismo, per poi consentire la misurazione della loro media di cortisolo secondo un andamento sia del singolo individuo nel corso dei giorni sia rispetto al resto del gruppo nello stesso periodo. Joelle Jobin, coautrice dello studio e all’epoca dottoranda in un psicologia clinica, aveva così osservato che le persone pessimiste, nei giorni di maggiore tensione, trovano molto più difficile ridurre i livelli dell’ormone. La scoperta è stata confermata è stata a più riprese negli anni, fino a quando su Fast Company la ricercatrice Michelle Gielan non ha dichiarato addirittura che, secondo uno studio condotto insieme alla Frost Bank nel 2019, «le persone più ottimiste vivono 145 giorni in meno di stress finanziario ogni anno rispetto alle persone pessimiste».

Una considerazione che si aggiunge a molte altre condivise da Gielan nell’intervista appena citata: l’ottimista ha una probabilità sette volte maggiore di sperimentare elevati livelli elevati di benessere finanziario, sa gestire meglio e con più serenità i propri risparmi, raggiunge più traguardi personali e professionali della sua controparte pessimista, in media ha quasi il doppio delle probabilità di raggiungere i suoi obiettivi di vita primari (basti pensare che il 96% di chi è ottimista ha cambiato o ha intenzione di cambiare carriera per inseguire le proprie passioni) e un buon 40% di chance in più di ottenere una promozione sul posto di lavoro.

Se poi, da un lato, è stato provato che l’ottimismo non sembra avere un ruolo nei casi di carcinoma polmonare o di AIDS, perché, «se associato a livelli elevati di cortisolo e di adrenalina che si presentano in genere di fronte a stress, l’ottimismo determina a lungo andare una diminuzione dei meccanismi di difesa del sistema immunitario», dall’altro lato ha una comprovata influenza positiva sulla qualità della vita, sulla percezione del rischio in situazioni ambigue e sulla risposta a malattie cardiovascolari, all’aterosclerosi carotidea e a diversi tipi di tumore maligno. Dopotutto, tale disposizione d’animo non è altro che «l’aspettativa che accadano cose buone e la convinzione che il nostro comportamento sia importante, soprattutto di fronte alle sfide», come sostiene Gielan.

Chiaramente, altrettanto fondamentali risultano una buona dose di buon senso, razionalità e realismo, in particolare in relazione all’ambiente nel quale si interagisce, alla casualità di specifici eventi e alle relazioni (non sempre prevedibili) che si intessono con le persone intorno a sé. E tuttavia, a parità di presupposti e di fronte allo stress, è ormai assodato che la risposta del corpo, della mente e della psiche cambia in modo significativo nel momento in cui si ha una determinata Weltanschauung anziché un’altra. Non sarà la miracolosa panacea di ogni male possibile, però – direbbe l’ottimista – è pur sempre un buon inizio.

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