Oltre il ddl Zan-Scalfarotto c’è un’Italia ancora lgbt+fobica

Mentre la classe politica nazionale discute se il ddl Zan-Scalfarotto contro le discriminazioni di matrice misogina e lgbt+fobica sia o no da approvare, l’opinione popolare non sembra affatto turbata dai preoccupanti dati registrati negli ultimi anni riguardo alla violenza, in particolare, perpetrata contro le persone trans e con un’identità di genere non binaria e/o non conforme. Secondo il Transrespect versus transphobia worldwide e il suo ultimo Trans Murder Monitoring (TMM), infatti, l’Italia si colloca al primo posto nella Comunità Europea per numero di omicidi ai danni delle minoranze di genere: sono ben 36 le persone trans uccise tra il 2008 e il 2016, dato inoltre ampiamente sottostimato, in quanto lo studio conteggia soltanto i casi di omicidio riportati dai quotidiani, quando a oggi è innegabile la posizione ostile all’accettazione delle persone trans di buona parte del giornalismo italiano.

Esclusi eventi truculenti o di efferatezza inaudita, come quello di una donna trans uccisa con 50 coltellate il 20 luglio scorso all’interno della sua abitazione a Milano, la morte di donne e uomini trans spesso non viene riportata in nessun giornale nazionale e si ferma ai piccoli quotidiani locali: una realtà che, nonostante faccia venire i brividi, appare di una crudele coerenza logica. Se non si parla delle persone trans, non binarie, gender-fluid e così via quando sono in vita, se non si parla del loro percorso di accettazione personale e familiare, se non si parla dell’approccio al loro percorso medico, della loro disforia e discriminazione, come potremmo aspettarci che si parli della loro morte?

Sulla fine di queste vite aleggia un silenzio speculare a quello forzato e persistente che le caratterizzava fino a quando erano al mondo. Silenzio ancora più assordante quando ad essere brutalmente uccise sono donne trans che svolgono un’attività di sex working e/o che hanno origini straniere, poiché spesso vengono viste come donne di serie B, colpevoli di incarnare più di una caratteristica che da sempre diventa bersaglio di odio da parte di certa popolazione.

Quella che vede il sex working come un’attività legata esclusivamente alle donne e intrecciata in maniera indissolubile alla transessualità stessa è una battaglia ancora tutta da condurre. Il sex working, non a caso, è considerato ancora squallido e frutto di una inesistente o fragile moralità, e non come una libera scelta della donna, oltre che parte integrante del concetto di autodeterminazione del corpo femminile (sono esclusi, ovviamente, i casi di mercificazione della donna, in cui quest’ultima è costretta all’attività del sex working e che rientrano nel fenomeno della violenza patriarcale; a oggi sono 130.000 le donne vendute come schiave sessuali in Italia, il 40% delle quali non ha ancora compiuto 18 anni).

A confermare la sempre crescente onda d’odio che investe non solo il nostro Paese è il numero totale di omicidi ai danni di persone trans, non binarie e così via a livello internazionale, che ammonta a ben 331. Il triste primato è del Brasile del presidente Bolsonaro, con addirittura 130 vittime. Da noi la situazione non è affatto delle più floride nemmeno secondo l’Eurobarometro Discrimination in European Union, che conferma la posizione dello Stivale al di sotto della media per l’accettazione della comunità lgbtqia+. In percentuale, più nello specifico, il 50% della popolazione non si troverebbe affatto a suo agio nell’avere colleghi e colleghe transessuali, mentre il il 46% non sarebbe favorevole a una relazione amorosa tra il figlio o la figlia e una persona trans.

Un paio di interrogativi sorgono spontanei: influenti personaggi politici del centro-destra chiedono libertà di parola e urlano però allo scandalo di una “legge bavaglio”, scalciando e strepitando in tentativi talvolta tragicomici di aggrapparsi ancora saldamente ai posti di comando. Com’è possibile che continuino a negare che l’Italia non stia affrontando l’ennesimo rigurgito fascista d’odio e intolleranza? Chi ha permesso a figure simile di detenere un potere mediatico tale da influenzare le menti di una nazione intera, andando contro i dati e le informazioni rilevate da istituti della massima autorevolezza?

Resta solo da augurarci che la situazione non duri a lungo, perché i valori della libertà e della dignità individuale vanno difesi senza indugi fino alla fine, cioè fino a quando non ne si ottengono il rispetto e la reale messa in pratica. Le nuove generazioni hanno la forza di lottare e di resistere, e portano sulle spalle il peso delle persone a cui è stato tolto tutto da una violenza figlia dell’ignoranza. Ha poca vita, deve averne, l’intolleranza di chi non accetta che ogni essere umano abbia il diritto di essere sé stesso, così come la presunzione di chi medicalizza persone e percorsi con la somma ma immaginaria guida della “normalità”. Parola di diciassettenne.

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