Freeda, una “ally” che le persone LGBTQIA+ non hanno chiesto

Giugno è stato il mese del pride e io, che sono sempre sul pezzo, torno a parlarne ora che anche luglio sta finendo. In particolare ha fatto abbastanza parlare di sé un articolo di Freeda che diceva: «Che significa, concretamente, essere un “alleato”? Il termine proviene dal vocabolario LGBT+, in cui “ally” indica chiunque appartenga a un gruppo dominante ma combatta per i diritti di una minoranza. Gli Straight Allies sono infatti le persone eterosessuali e cisgenere che sostengono la causa LGBTQIA. La “A” finale dell’acronimo allude, oltre che alle persone assessuali, proprio a questa particolare categoria di cittadini. […]» (tutti i grassetti sono dell’articolo originale).

Che Freeda non sia una fonte particolarmente affidabile in materia di parità e rivendicazioni civili è risaputo, e l’articolo in questione la sintesi perfetta di tutto quello che non va nel suo modo di fare “divulgazione”. Tanto per iniziare, no. La A della sigla LGBTQIA+ non sta per ally. Sta per ace – persone asessuali e/o aromantiche – e non ha mai significato altro. Che chiunque possa affermare il contrario è un atto che in termini tecnici si definisce appropriazione ed è una forma di colonialismo culturale. E chiariamo immediatamente una cosa: non è una svista, ma l’espressione di una precisa ideologia.

Sostenere, infatti, che la lettera A di LGBTQIA+ stia per ally, non solo cancella l’esistenza delle persone cui è realmente riferita la sigla, ma suggerisce anche che la comunità LGBTQIA+ non può esistere all’infuori di una struttura che pone la persona etero e cisgender al centro dell’universo. Chi sostiene che la A di LGBTQIA+ stia per ally ci dice di sé che non riesce a concepire un mondo, una storia personale, un’identità in cui la propria persona non sia al centro di tutto. Fondamentalmente ci sta dicendo che soffre di una grave forma di ego ipertrofico e lo dimostra il fatto che nell’articolo i riferimenti alle persone “alleate” sono sempre in grassetto, mentre l’asessualità (che consiste in un intero spettro di esperienze diverse e non si limita a non provare attrazione sessuale verso persone del proprio sesso o del sesso opposto, come viene spesso definita) è citata a malapena, nascosta, quasi fosse un riferimento imbarazzante.

L’appropriazione e la cancellazione, comunque, non sono ciò che mi hanno fatto storcere maggiormente il naso nell’articolo di Freeda. Il vero problema è la retorica della lotta e della comunità. In tutta sincerità non ho mai capito il concetto di comunità LGBT. Ho sempre pensato che la parola comunità delineasse un luogo – fisico o virtuale – in cui delle persone accomunate da esperienze analoghe potessero condividere parte del loro percorso di vita. Ma a parte il fatto di non corrispondere a un canone di eteronormatività, in cosa la mia esperienza, sicuramente di minoranza rispetto ad altre, di maschio bianco cis non etero cresciuto in Italia si accomuna a quella di una donna trans in Turchia, di un uomo palestinese gay, di una donna ucraina lesbica disabile, o di una coppia di uomini kenyoti che ha chiesto asilo politico in Germania?

A leggere certi articoli facciamo parte della stessa comunità; e di questa mia comunità non fanno parte le mie amiche e i miei amici etero. Si parla di comunità come se l’identità e l’espressione di genere e l’affettività (mischiando insieme concetti che non sono necessariamente legati tra loro) fossero gli unici elementi fondanti della cultura e del sistema valoriale di una persona. Sicuramente influiscono sulla sua visione del mondo: non in quanto tali, ma perché portano con sé una serie di stigmi e prevaricazioni che, insieme all’estrazione sociale, educazione, capacità economica, colore della pelle, stato di salute e una miriade di altre cose influiscono su come l’ambiente in cui vive risponde alla sua presenza.

La mia idea, insomma, è che il concetto di comunità LGBTQIA+ sia quanto meno artificioso. A pensar male, mi ricorda anche un po’ il ghetto ebraico, perché è vero che riunire tutte le persone di una minoranza le rende visibili, ma è anche vero che essere visibile significa inevitabilmente anche essere controllabile, sotto scrutinio. Un po’ come quando si scartano le pietruzze dalle lenticchie: si raccolgono insieme e si mettono di lato.

L’altra cosa che non capisco è perché io debba necessariamente avere degli alleati o delle alleate in quanto persona non etero. Le mie preferenze sessuali non sono un campo di battaglia, e non voglio che diventino la crociata personale di chicchessia. E, se è certamente vero che per la maggior parte delle persone non etero nel mondo la mancata adesione al canone normativo è spesso una questione di vita o di morte, sono anche convinto del fatto che le parole siano in grado di plasmare la nostra visione della realtà. A furia di sentirsi ripetere che le persone LGBTQIA+ hanno bisogno di persone che le difendano, prima o poi ci si convincerà che ne hanno bisogno davvero.

Quello di cui abbiamo veramente bisogno non sono alleati o alleate, ma persone per le quali le preferenze sessuali non siano una notizia da telegiornale. Quello che serve è che si inizi a cambiare il modo in cui si parla della cosiddetta comunità LGBTQIA+ e si smetta di insinuare continuamente che la nostra esistenza debba essere legittimata dalle persone “normali”, almeno nei Paesi occidentali che si fregiano di essere avamposti della cultura liberale. Che si inizi, insomma, a costruire una narrazione che non faccia della nostra vita un trofeo da esibire, né in un senso, né nell’altro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *