Società moderna e natura, dall’Earth Overshoot Day alle catastrofi ambientali

Lo scorso 22 agosto, la richiesta dei servizi ecologici indispensabili alla nostra sussistenza (acqua, pescato, campi per coltivare cibo e fibre, foreste da cui ricavare legname e così via) ha superato la biocapacità terrestre, stabilendo tuttavia un record positivo rispetto al trend dei precedenti Earth Overshoot Days (EOD) che, tenendo conto della capacità degli ecosistemi di rigenerare le risorse naturali e assorbire i prodotti di scarto dell’umanità (tra cui le emissioni di CO2), dovrebbero di norma cadere il 31 di dicembre, ma che nei fatti ogni anno arrivano sempre prima. L’inversione di marcia registrata nel 2020 può permetterci di tirare un respiro di sollievo, nonostante i continui campanelli d’allarme lanciati dal WWF?

Lo slogan #movethedate del Global Footprint Network, un’organizzazione internazionale no-profit che sviluppa strumenti per promuovere la sostenibilità ambientale, sembrerebbe finalmente realtà, dato che in Italia la data del sovrasfruttamento delle risorse terrestri è arrivata più di tre settimane dopo rispetto al 2019. Eppure, le statistiche riflettono soltanto una riduzione del 9,3% della nostra impronta ecologica, come conseguenza diretta dell’arresto sociale ed economico indotti dal coronavirus in tutto il mondo. Come prefigurato dal saggio Il mondo senza di noi di Alan Weisman, il passo indietro della razza umana durante l’emergenza sanitaria ha concesso alla natura il recupero dei suoi spazi, permettendo alle anatre di zampettare per il centro di Torino, ai cinghiali di occupare la stazione di Genova, a delfini e cigni di riappropriarsi delle acque italiane o ai canali di Venezia di tornare limpidi.

Del resto, le responsabilità di un mondo antropizzato sulla rottura di questi equilibri instabili tra l’ambiente naturale e la nostra frenetica (e per niente umile) vita quotidiana sono state confermate dai recenti report dell’associazione ambientalista WWF, nei quali si considera la diffusione della pandemia un inevitabile effetto boomerang per la perdita di biodiversità dovuta all’improprio insediamento di attività umane in habitat naturali, la cui deturpazione amplifica notevolmente la diffusione di SARS-CoV-2, influenza aviaria, ebola etc. Se prendiamo come riferimento Spillover (lett. Salto interspecifico del patogeno) del giornalista scientifico David Quammen, le zoonosi, ovvero le malattie infettive trasmesse dagli animali (principalmente roditori, scimmie, pipistrelli), vengono associate all’espansione di territori di caccia di fauna selvatica (bushmeat) e al relativo commercio illegale (il wildlife trafficking, che costituisce un business multimiliardario responsabile, tra l’altro, dell’estinzione di molte specie).

In altre parole, gli sforzi della comunità per rispondere alle problematiche emerse dopo la diffusione del COVID-19 dovrebbero evidenziare l’importanza di una riconversione ecologica, quando invece si continua spesso a incrinare il rapporto con la natura. A riprova della scarsa empatia del genere umano nei confronti dell’ambiente, si ricordino per esempio la violazione del nido di tartarughe caretta sulla spiaggia di Castiglione della Pescaia (Grosseto), denunciata pesantemente dal gruppo ambientalistico di TartAmare per i danni irreversibili arrecati alle uova deposte lì, e l’incendio doloso che a fine agosto ha distrutto la costa trapanese, spingendosi  da Castellammare del Golfo fino al bosco di Scorace a Buseto Palizzolo e all’interno della riserva naturale dello Zingaro sul versante di San Vito.

Di fatto, le politiche di confinamento obbligatorio degli ultimi mesi non hanno nulla a che vedere con la rivoluzione ecologica intenzionale che andrebbe promossa per smettere di vivere come se avessimo 1,6 pianeti a nostra disposizione. Non a caso, il livello di inquinamento non ha tardato a risollevarsi al termine del lockdown, sfiorando addirittura il disastro ambientale il 15 agosto 2020, quando la petroliera giapponese MV Wakashio, con a bordo tonnellate di idrocarburi, si è spezzata in due a sudest dell’isola di Mauritius dopo essersi incagliata sulla barriera corallina. Sebbene lasci ben sperare il precipitoso intervento della popolazione per contenere la marea nera dilagante nell’Oceano Indiano, il debito con il pianeta difficilmente verrà saldato.

Affinché questo lieve miglioramento registrato dal Global Footprint Network non venga etichettato come un mero effetto indesiderato dell’attuale crisi economica e sociale, di conseguenza, servirebbe mettere la Terra nelle condizioni di provvedere alle esigenze dell’umanità per 365 giorni l’anno, evitando di consumare in meno di dodici mesi beni naturali non rigenerabili, sottraendoli così al budget futuro del pianeta e alla nostra stessa sopravvivenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *